Giornalismo investigativo e ricerca della verità – dal Festival del Giornalismo

12 04 2008


Quali requisiti richiede il giornalismo investigativo? Coraggio, tenacia, tempo e soldi, contatti, fortuna? E davvero può fare la differenza? L’incontro parte dal lavoro investigativo dei due giornalisti americani Eisner e Royce autori del libro The Italian Letter che ha svelato il ruolo dei servizi segreti italiani nella preparazione del documento (rivelatosi poi un falso) che ha in parte scatenato la guerra in Iraq.

 
Ne discutono:

  • Peter Eisner, vice caposervizio esteri The Washington Post
  • Duilio Gianmaria, inviato speciale Tg1
  • Peter Gomez, inviato speciale L’Espresso
  • Dennis Redmont, docente della Scuola di Giornalismo Radio Televisivo di Perugia (moderatore)
  • Knut Royce, vincitore per 3 volte del Premio Pulitzer

 


L’introduzione di Redmont
lancia un’affermazione-appello di speranza, di sopravvivenza. Il giornalismo d’inchiesta è vivo e vegeto, perlomeno in America. Certo, non si può dire che allo stato attuale goda dello stessa attenzione ricevuta in passato su particolari vicende, ma certamente non è scomparso. In Italia uno dei problemi è dato dalla scarsità di mezzi a disposizione e dalla concorrenza su internet, dove spesso le notizie si rincorrono, a volte provocando un flusso disordinato quando non fuorviante.

Il lavoro investigativo di Eisner e Royce, autori del libro “The Italian Letter” è stato di estrema importanza per tale settore e per ciò che ha svelato e ha reso noto agli occhi di tutti. Il lavoro ruota intorno a 16 parole pronunciate da Bush in un discorso del 2003 sullo stato dell’Unione (degli Stati Uniti d’America) e in un documento nel quale si diceva che Saddam Hussein aveva comprato uranio dall’Africa. La pista delle indagini portò in Italia e si è scoperto poi che a quel documento avevano contribuito i servizi segreti italiani (Sismi). L’obiettivo del giornalismo investigativo è quello di trovare i fatti, reali, la ricerca della verità e il libro in questione ha aperto un vaso di Pandora, creando un calo di popolarità per il Presidente Bush e facendo scorgere le responsabilità di altri governi e di alti funzionari nella falsificazione di prove, allo scopo di giustificare l’intervento armato in Iraq dell’amministrazione Bush e dei governi alleati.


Peter Eisner
parla del libro incontrando difficoltà nel distinguere tra giornalismo d’inchiesta e giornalismo di reporting; si può parlare di una sorta di giornalismo narrativo. L’obiettivo di quel lavoro era dimostrare, semplicemente, che quell’affermazione di Bush era una menzogna. Le fonti d’intelligence dell’amministrazione Bush si basavano solo su una lettera del Presidente del Niger che avallava la vendita di uranio all’Iraq. Ma il documento era falso, individuato prima dell’invasione dell’Iraq e molti responsabili della stessa intelligence americana dichiararono successivamente che non c’erano armi di distruzione di massa.


L’Iraq aveva già delle discrete forniture di uranio e questo era noto all’intelligence americana.
Furono manipolati i documenti per far credere di più di quanto ci fosse. Inoltre si disse che il governo britannico e la sua intelligence avesse più informazioni sugli apparati iracheni ma non è dimostrato vero, non era vero.

L’intelligence italiana (Sismi) si è rifiutata di collaborare, dicono i due autori ed è sembrata inoltre avere poche informazioni. In Italia è difficile ottenere informazioni che le istituzioni non vogliono far avere.


Redmont chiede se si paga un prezzo in Italia per avere informazioni. Ci sono colleghi e giornali che pagano l’informazione, risponde Gomez.
Lui stesso ha ricevuto offerte in qualche caso, spiega, ma ha sempre rifiutato di pagare denaro. Pagare è anche un sistema per lavorare poco, oltre che un atteggiamento scorretto, non professionale.


Gomez
poi comincia un excursus molto interessante sulle vicende che hanno visto coinvolti uomini del Sismi, nei loro rapporti sottobanco con uomini politici, soprattutto del centrodestra e in primis di Berlusconi. Parla del Generale Pollari che nel 2001, al vertice del Sismi, si avvaleva della collaborazione di Pio Pompa. Con l’avvento di queste due figure il metodo prevede che le informazioni false vengano fornite direttamente alla stampa. Il vecchio capo dei servizi segreti italiano venne sostituito perché durante il suo periodo sembrava si volesse diffondere la notizia che durante il G8 di Genova 2001 ci fossero estremisti di destra infiltrati tra i black block.

Renato Farina è un personaggio chiave della vicenda e andrà in Parlamento, eletto nelle file, ovviamente dice Gomez, del centrodestra. Ci sono rapporti particolari, privilegiati e scorretti tra alcuni giornalisti, che scrivono anche sui periodici di proprietà di Berlusconi e uomini dei servizi segreti, ribadisce. Emergono tante figure di giornalisti e personaggi come Farina che erano d’accordo con i servizi segreti.


Nel 2007 Renato Farina ha patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione per favoreggiamento nel sequestro di Abu Omar, l’imam egiziano rifugiato in Italia, sequestrato a Milano il 17 febbraio 2003 dalla Cia con l’aiuto del Sismi, trasportato nella base americana di Aviano e di lì deportato in Egitto, dove fu torturato per sette mesi. Farina, attivato dal Sismi per depistare le indagini con notizie false e persino per scoprire che cosa sapesse del sequestro la Procura di Milano accetta di andare a «intervistare» i due procuratori aggiunti che se ne occupano, Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. Non per pubblicare le loro risposte sul suo giornale, ma per carpire loro informazioni utili sull’inchiesta e metterli fuori strada nelle indagini. Per questi fatti e per i compensi in denaro (almeno 20 mila euro) ricevuti dal Sismi, Farina è stato anche espulso dall’Ordine dei giornalisti, ma continua a scrivere su Libero con un contratto da impiegato
. (Le informazioni su Renato Farina sono tratte dal libro “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez)


Gianmaria
mette in evidenza come il sistema politico italiano non arrivi a un sistema di sanzioni verso il ruolo sociale del giornalista. E spiega quali sono i nemici del giornalismo investigativo in tv: la velocità, l’emozione, la ripetitività. Amici invece sono il tempo, (più se ne ha a disposizione e meglio è per il giornalismo d’inchiesta) il ragionamento che non si lega al ritmo televisivo emozionale del momento, l’esclusività, la memoria. Si avverte la necessità di un meccanismo virtuoso tra la politica e l’informazione ma il loro rapporto, come si sa, è distorto.


Royce
conviene sul fatto che il giornalismo d’indagine richieda tempo e denaro, per cui ai direttori e agli editori non piace molto sviluppare questo settore perché lo vedono con scarso ritorno economico. Inoltre in America i freni sono dovuti alle molte cause in corso verso i giornalisti d’inchiesta, con costi legali sostenuti e che non invogliano all’impegno verso quest’attività.


Eisner
dice che il giornalismo d’indagine vuol trovare modalità che spingano la gente a capire di più le problematiche. C’è debolezza negli Usa anche nell’andare indietro a storie, nel seguirle fino in fondo. E le “storie” dice Gomez nascono propriamente dal giornalismo investigativo. Il settore resta una nicchia che un editore che sappia vedere lontano potrà far sopravvivere.

Infine Gianmaria, riprendendo auspici anche di Gomez, si appella al bisogno di creare gruppi di giornalisti con anticorpi ed educare il pubblico alla critica sociale. Nei servizi pubblici, nella Rai prima di tutto e più in generale nel mondo dell’informazione, ci vuole responsabilità sociale.


L’excursus di Gomez, la sua narrazione dei fatti reali nascosti al grande pubblico sono esemplari, per un giornalismo libero non vincolato all’editore né al servizio di potentati. Gli applausi ripetuti che la platea gli dedica sono meritati, segno che la speranza di un giornalismo non assoggettato ai poteri forti ma libero nelle idee e alla ricerca della verità, come richiesto anche da Grillo (citato da Gomez per le sue iniziative per la verità ed anche per la prossima prevista per il 25 aprile) può ancora essere forte.

Annunci




Oxygen, la scienza per tutti. Come comunicare ricerca e innovazione – dal Festival del Giornalismo

11 04 2008


Il grande pubblico, su tutti i media, dimostra un interesse crescente verso le tematiche della scienza e le loro ricadute nella vita quotidiana. Il giornalismo di settore deve dunque permettere anche ai “non addetti ai lavori” di avvicinarsi alla ricerca e all’innovazione, creando un canale di comunicazione diretto fra scienza e società reale. La sfida per il giornalista scientifico sta nel rendere comprensibili le meraviglie del mondo scientifico pur rispettandone la complessità. Il caso della rivista Oxygen.

 

Ne parlano:

 

·         Vittorio Bo, presidente Codice Edizioni e direttore editoriale Oxygen

·         Marco Cattaneo, direttore della rivista Le Scienze

·         Gianluca Comin, direttore relazioni esterne ENEL e direttore responsabile Oxygen

·         Giuseppe O. Longo, professore ordinario di Teoria dell’Informazione all’Università di Trieste

·         Michael Specter, giornalista e inviato scienze e salute del The New Yorker

 


Marco Cattaneo
introduce il dibattito chiarendone i motivi e le finalità: parlare di educazione scientifica, comunicare la scienza in maniera accessibile al grande pubblico ed esporre come questo viene fatto da Oxygen, una rivista di divulgazione scientifica a cura dell’Enel. Le riviste di settore attraversano da anni una crisi, aggravatasi dalla chiusura di alcune tra le più rinomate, come Newton che ha recentemente terminato le pubblicazioni. Lo stesso dicasi per i format televisivi, solo alcuni resistono con difficoltà.

 

Gianluca Comin parte dalla constatazione di un anomalo deficit italiano per spiegare le motivazioni che hanno spinto l’Enel a creare una rivista di divulgazione scientifica, anche in lingua inglese per avere un’apertura internazionale.

In effetti, interviene Vittorio Bo, in Italia dove esiste una tradizione di cultura d’impresa anche nell’ambito dell’editoria, prevalgono pubblicazioni a stampa dal carattere sensazionalistico, il cosiddetto gossip, che risultano essere di più facile lettura ed interesse.

 

Michael Specter spiega che anche negli Usa prevalgono taluni aspetti di sensazionalismo. In America, dice, sarebbe difficile finanziare una rivista di settore di tal genere; le aziende editoriali non sarebbero interessate poiché non crederebbero in un buon ritorno economico. Nell’ambito statunitense esistono comunque riviste che si occupano di scienza ed esistono anche figure particolari di correttori (fact-checkers), come al New Yorker, persone ossessionate dalla ricerca dei fatti reali e che controllano l’esattezza perfino delle singole parole nell’articolo sia scientifico sia di altro genere. Avere i fact-checkers è importante, afferma Specter, ma bisogna tener conto che va lasciato uno spazio a chi scrive, un margine di espressione che non sia costituita solo da precisione ma che possa rivelarsi come informazione interessante, attrattiva per il lettore.

 

Dal punto di vista accademico e culturale, Giuseppe Longo spiega la prevalenza della tecnologia sulla scienza e invita a riflettere sul rapporto tra scienza diffusa e cultura e sull’impatto culturale della scienza. Sta agli esperti esercitare la funzione di divulgazione ma il loro ruolo è contraddittorio perché più il pubblico diventa informato meno crede ipse dixit negli esperti; questo timore frena a volte la vera e più ampia divulgazione scientifica.

 

Certo, la scienza non è mai facile, mai si o no, mai bianco o nero, commenta Specter e un punto fondamentale è che dobbiamo essere meglio educati ad essa, non relegarla acriticamente agli esperti.

 

Anche i Festival della scienza che hanno uno scopo divulgativo non possono supplire ad un’insufficienza di base sulla cultura della scienza, spiega Bo. Il Festival, quando ha successo, è un media ma, sulla base dei dati sull’iscrizione all’università degli ultimi 10 anni, non è sufficiente ad incrementare le immatricolazioni alle facoltà scientifiche, in netto calo tendenziale sia in Italia quanto negli Usa, conferma Specter. La contaminazione tra culture, quella umanistica e quella scientifica si rende necessaria, come una sorta di aggancio. Questo farebbe si che anche la scienza possa divenire comprensibile ai più, se comunicata efficacemente al grande pubblico.

 

Tornando al tema dell’approccio della rivista al mondo editoriale, Comin sottolinea che pur essendo questa il prodotto di un’azienda e che potrebbe essere considerato di parte e a scopo promozional-aziendale, non è per il solo credo aziendale che essa si presenta. La credibilità e l’apprezzamento che va incontrando è dovuto anche alla preparazione specifica dei vari contributori, che non provengono tutti dal mondo tecno-scientifico in senso stretto. 

Lo scienziato che contribuisce con un suo scritto alla divulgazione deve essere capace, per effetto della contaminazione di cui sopra, di parlare ad un pubblico di non addetti ai lavori ed ecco l’utilità di un approccio di contaminazione tra la cultura scientifica e quella umanistica.

 

Longo ribadisce che bisogna fare uno sforzo per contaminare queste culture.

E critica gli specialisti che credono che la divulgazione sia una perdita di tempo. Spesso la tecnoscienza è percepita come un soggetto arido ed il compito di comunicarla è utile proprio per renderla più leggibile da tutti, in modo da combattere l’analfabetismo scientifico di massa.

Specter denuncia che l’analfabetismo scientifico in America è molto basso, più di quanto si credi al di qua dell’Atlantico e che gli scienziati sono spesso chiusi nel proprio sapere, il che costituisce l’approccio contrario al concetto di divulgazione.

 

Seguono interventi sulla presentazione e la qualità della rivista, che cerca un linguaggio non paludoso, avvalendosi anche di immagini e di uno stile grafico apprezzato dai lettori.

 

Il linguaggio e lo stile comunicativo sono le carte vincenti per comunicare scienza, ricerca e innovazione, utilizzando la comunicazione di tipo divulgativo non per indottrinare accademicamente ma per condividere conoscenza, incontrando così l’interesse del grande pubblico anche dei non addetti ai lavori.





24 ore sulle notizie, 24 ore sui fatti? – dal Festival del Giornalismo

10 04 2008


I canali all news. Opportunità, problemi e punti di vista dell’informazione continua.

Su questo tema conferenza con:

 

·         Roberto Chinzari, giornalista Rai Tg2 (moderatore)

·         Nicola Lombardo, caporedattore Sky Tg24

·         Corradino Mineo, direttore RaiNews 24

·         José Maria Pedrero, vice direttore Canal 24 Horas

·         Barbara Serra, conduttrice di Al Jazeera International

 

Introduce Chinzari narrando come la CNN sia stata la capostipite dei canali all news; spesso questi canali offrono una visione del mondo e gli ospiti illustreranno il loro punto di vista sui problemi e sui meriti dei canali che rappresentano.

 

Barbara Serra, che parla benissimo in italiano con un fascinoso accento anglosassone, espone l’importanza di un canale del mondo arabo in lingua inglese, per essere internazionale e affiancare Al Jazeera araba, divenuto famoso dopo l’ 11 settembre.

 

Pedrero spiega che Horas 24 vuol divulgare l’informazione dove si parla spagnolo nel mondo; grazie alla legislatura di Zapatero, i canali come il suo sono indipendenti dal potere politico, dice.

 

Nicola Lombardo spiega che,dopo RaiNews 24, da 5 anni c’è Sky tg24. Sottolinea che si è scelto di investire sui giovani anche con poca esperienza.

Lombardo spiega che i canali all news richiedono anche resistenza fisica, oltre che mentale e che lo spazio per una maggiore diffusione in un mercato competitivo esiste, ma conviene solo a chi può appoggiarsi ad una struttura di base già grande (come Sky e la Rai) e chi può investire dunque del denaro senza aspettarsi un grande ritorno economico.

 

Corradino Mineo dirige il primo canale all news italiano, nato 9 anni fa ma meno potente nei mezzi rispetto a Sky, RaiNews è la seconda rete all news più seguita.

 

Chinzari pone una questione ai relatori che operano in Italia, chiedendo se davvero si è mai creduto in questi progetti. Mineo risponde che c’è un generale disinteresse; non si sa per esempio chi si debba occupare di Rai Med. In Francia c’è maggiore attenzione, come nel caso di France 24, anche se lì si vuol imporre il proprio punto di vista (francese) rendendolo in tutte le lingue.

 

Per quanto concerne l’interesse che questi canali suscitano, Chinzari chiede se vi è spazio per notizie che non siano le solite 10 più trattate nei Tg. In generale lo spazio c’è dice B. Serra, Pedrero aggiunge che comunque, il canale sembra interessare di più sotto elezioni.

 

La questione che si pone maggiormente è l’uso delle fonti informative e la possibilità di sviluppare un network. La rete spagnola ha dei corrispondenti e non si affida solo alle agenzie internazionali come la Reuters. Barbara Serra dice che costa avere corrispondenti e che i canali all news, come sottolineato da tutti, non consentono un buon rendimento economico. Le agenzie sono usate anche da Al Jazeera, bilanciando questa fonte con i corrispondenti inviati. Sottolinea anche come in Al Jazeera International vi siano tante donne, anche in posizioni direttive e di caporedattori. Lombardo aggiunge che l’uso di fonti di agenzia sia indispensabile e spesso opportuno anche per le immagini che sono frutto di un buon lavoro. Anche Mineo considero buono il lavoro delle agenzie e che spesso l’inviato si trova in situazioni, come la zona verde di Baghdad, dove non si può muovere e non può quindi avere una quantità di notizie pari a quelle che la stessa redazione può avere in maniera molto più semplice. Di fatto, in molti casi, all’inviato viene detto cosa deve dire perché questi non possiede informazioni a sufficienza. Pedrero dice che Horas 24 ha anche inviato giornalisti a Pechino ma ammette le difficoltà di luoghi complicati per un inviato. Barbara Serra pone anche il problema dei tempi stretti dalle dirette, che non permettono di fare del giornalismo di approfondimento.

 

L’ultimo tema affrontato dai relatori su input del moderatore riguarda l’innovazione tecnologica e come questa cambi le all news. Sky Tg 24 ha avviato l’esperienza del Reporter diffuso. Al Jazeera utilizza molto youtube per diffondere l’informazione di network e Barbara Serra crede in un’ipotesi che in futuro veda i tg tradizionali sul web e non più in tv, ma Mineo non crede in questo cambiamento in riferimento al nostro Paese. Pedrero parla di compatibilità tra i tg tradizionali e dei canali all news con le nuove tecnologie, come il web. Ammette la difficoltà di fare approfondimenti e mette in evidenza infine che nei Tg è importante l’audience, nei canali all news non è così.

 

Dunque se non si insegue l’audience e non si riesce a fare approfondimento, qual è il posto dei canali all news, con quale futuro..





Media e potere – dal Festival del Giornalismo

10 04 2008


Se Alastair Campbell fosse stato lo spin doctor del Presidente Richard Nixon, Carl Bernstein con l’inchiesta sul Watergate sarebbe riuscito a costringere Nixon alle dimissioni? Il rapporto tra media e potere è cambiato e come negli ultimi 40 anni?


Su queste domande, conferenza con:

  • Franco Arcuti, portavoce della Presidente Regione Umbria (introduce)
  • Carl Bernstein, insieme a Woodward con il caso Watergate ha segnato la storia del giornalismo americano e mondiale
  • Alastair Campbell, chief press secretary e spin doctor del Primo Ministro britannico Tony Blair dal 1997 al 2003
  • Marcello Foa, inviato speciale Il Giornale
  • Angelo Mellone, editorialista Il Messaggero (moderatore)

 

Partiamo dalla domande iniziali: oggi gli apparati di comunicazione dei governi, dotandosi anche di spin-doctors, sono più attenti nel tentare di non far arrivare i giornalisti alla verità.

Bernstein nota come non sia più possibile, non più tollerabile sbagliare, semplicemente, senza avere conseguenze disastrose ed ecco un motivo di tanta attenzione alla gestione dell’informazione dei governi. Ciò che più conta è il denaro, prosegue Bernstein, non la veridicità della notizia. Ciò che il giornalista vorrebbe o dovrebbe è rendere l’informazione di dominio pubblico, non rovesciare i governi, questo è il ruolo dei giornalisti.


Sembra che il problema fondamentale, insiste Bernstein, sia la pigrizia, che fa dimenticare che la responsabilità del giornalista è d’illuminare e decidere cos’è una notizia.


E la funzione dello spin-doctor? Non è un portavoce classico ma un professionista della manipolazione dell’informazione, uno stregone della notizia
. Campbell dice che lo spin-doctor è nato come risultato dei dibattiti televisivi americani e che è una figura diversa dal portavoce, il quale cerca di far capire le idee da comunicare. Ma cosa è legittimo e cosa illegittimo, chiede Mellone a Campbell, sull’attività dello spin-doctor. Legittimo è comunicare l’informazione, illegittimo è il mentire ai media che veicolano il messaggio falso al pubblico, risponde. Molti giornalisti inoltre, cercano oggi di esporre incessantemente il mal operato dei politici.

Ci si chiede allora quale rapporto esista tra giornalisti e spin-doctors e Foa dice che spesso i migliori spin-doctors sono ex giornalisti e conoscono le dinamiche dei media e a cosa è interessato un giornalista ma lo stesso non si può dire nel senso inverso. I portavoce poi, anch’essi come gli spin-doctors, non necessariamente possono dire sempre la verità. E per quanto riguarda il ruolo della comunicazione politica, Foa aggiunge che essa è divenuta predominante nei nostri dipartimenti per l’informazione dei governi.

Il giro finale di domande poste ai relatori da Mellone.  


A Campbell, che giornalista sarebbe se tornasse a farlo, tenendo in considerazione la sua notoriamente scarsa simpatia verso la categoria. “Non ne ho idea”, risponde il più considerato spin-doctor a livello mondiale, perché lui, dice, anche quando scriveva articoli per i giornali, e lo fa ancora, ha sempre scritto per orientare politicamente il lettore in favore dei laburisti. Un’ammissione di partigianeria schietta, aggiungiamo.


A Bernstein, se si è mai sentito sfruttato da una fonte d’informazione. “Sicuramente”, chiosa Bernstein, ma non è accaduto spesso; comunque ci provano spesso ha aggiunto.


A Foa, postulando la contiguità con il potere, il collateralismo etc., com’è la situazione della spin industry in Italia. Secondo Foa, che fa i suoi interventi in inglese e che si dichiara ammiratore degli Usa in tutti i suoi aspetti e in specie considerandoli la democrazia migliore al mondo, in Italia le coalizioni non favoriscono, a differenza dei sistemi a bipolarismo perfetto, lo sviluppo di una gestione della comunicazione di spin sul modello anglosassone, a causa del livello di litigiosità dei partiti.


Foa, la massima rappresentazione della democrazia è costituita dal sistema di differenziazione partitica; ridurla a due, quasi indifferenziati, è renderla semi-democrazia, povera e limitata.





Sono al Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia

9 04 2008

Festival Internazionale del Giornalismo

Da oggi fino a domenica sono a Perugia per partecipare al Festival Internazionale del Giornalismo.

Giornalisti e operatori dei media da tutto il mondo si confronteranno sui grandi temi dell’informazione, dal 9 al 13 aprile.

In programma circa 50 eventi tutti ad ingresso libero, tra dibattiti, interviste, workshop, mostre, proiezioni di documentari e presentazioni di libri che coinvolgeranno oltre 150 ospiti italiani e stranieri. Un’occasione, anche per i non addetti ai lavori, per conoscere da vicino una professione di grande fascino e di grande responsabilità.

Libertà di stampa e diritti umani, l’importanza della comunicazione ambientale, l’informazione economico-finanziaria, come comunicare scienza e innovazione, il fenomeno dei blog e il giornalismo partecipativo, la crisi in Medio Oriente e l’informazione dai fronti di guerra, il giornalismo investigativo e di denuncia, il futuro dei giornali di carta, come è cambiato l’accesso alla professione, il rapporto satira e informazione. Queste alcune delle tematiche al centro dei dibattiti.

(stralcio comunicato stampa festivaldelgiornalismo.com)

Il programma completo su www.festivaldelgiornalismo.com
 
 
 Buon giornalismo a tutti ma..resto in stato d’attenzione, seppur con minor tempo a disposizione, sull’approssimarsi delle elezioni.




Laicità e diritti civili. E il riformismo che il Pd “non può fare”

6 04 2008

I temi della laicità e dei diritti civili sono tra i meno trattati in questa campagna elettorale, quantomeno dai due partiti maggiori. L’uno, il Pdl, ha pensato di non farvi quasi mai cenno; l’altro, il Pd, ha fatto di peggio perché quando le suddette issues sono emerse in alcune interviste dei propri candidati, si è trattato di gaffes (ma in verità sono espressioni di pensiero reale) da cui il Pd ha tentato di rifuggire, declassandole a temi extra-elettorali.

L’irrompere, nei giorni scorsi, di una pesante dichiarazione contraria a priori a possibili riconoscimenti legislativi anche per le più semplici coppie di fatto e non solo per le coppie gay, resa in occasione di un’intervista a Ecotv.it dalla Binetti, capostipite dei teodem nell’area confessionale del Partito Democratico e portatrice della cultura del cilicio e della conseguente beatitudine nella mortificazione della carne umana, ha fatto il paio con la polemica suscitata da alcune frasi pronunciate il giorno precedente dal generale Del Vecchio, altro candidato del Pd, che si era espresso sulla non idoneità degli omosessuali nell’esercito e sull’opportunità di istituire bordelli per i militari in missione. Non soddisfacente la controreplica del generale Del Vecchio alle critiche mossegli da più parti: “Vorrei precisare – ha detto Del Vecchio – che interpretare come un pensiero compiuto qualche frase detta con un po’ di ingenuità sarebbe sbagliato”. Prendiamo atto che il candidato del Pd sia stato imprudente nel dire ciò che pensa, come un’ammissione d’incapacità nel tenere celati i propri reali pensieri. E la stessa qualità d’eloquio e d’idee abbiamo potuto ravvisarla nella candidata Paola Binetti. Dalle dichiarazioni di replica dell’emittente Ecotv.it si viene a sapere che la Binetti aveva chiesto di non mandare in onda l’intervista perché ‘forse aveva un po’ esagerato’.

 

Veltroni ha cercato timidamente di tamponare le inopportune dichiarazioni di questi giorni affermando pubblicamente: Le parole che il generale Del Vecchio ha pronunciato sono assolutamente sbagliate e lontane anni luce dal programma del Partito Democratico e dai suoi valori”.

Ma nel programma del Pd i timidi cenni sui diritti civili, a leggi contro le discriminazioni, risultano essere punti di facciata, strumentali al voto e poco credibili in considerazione di tali premesse ideologiche. E dei Cus, che dovrebbero ammorbidire ciò avrebbero dovuto essere i Dico, che a loro volta dovevano ammorbidire ciò che avrebbero dovuto essere i Pacs, non v’è traccia evidente e destino sembra dire che non sarebbero provvedimenti di Governo e/o si spegnerebbero negli iter delle commissioni parlamentari.

 

La semplice presenza dei due personaggi sopraccitati nelle variegate liste del Partito Democratico è sufficiente a far intendere quale sia stata la strategia del Pd nella scelta delle candidature. Però, presentare una pletora indistinta di personaggi, anche lontani dalle competenze di cui necessiterebbe la classe politica dirigente (ricordiamo che la giovane Madia dichiarò subito di essere candidata in quanto non avente alcuna esperienza politica) risulta essere rischioso e alla luce di cui sopra controproducente, perché poi anche loro “parlano”.

Sulla scia di quanto detto, abbiamo anche sentito qualche giorno fa Franceschini, vice-segretario del Pd, annunciare con orgoglio che il Pd porterà in Parlamento circa 120 cattolici. A parte il reiterato concetto di “portare” in Parlamento, secondo il quale il Pd ci ricorda che i cittadini-elettori non svolgeranno una vera funzione “elettiva”, ci si dovrà rallegrare della presenza di politici in Parlamento sulla base del credo religioso? E quanti saranno coloro che si potrebbero tacciare di omofobia? Tra un ex fascista alle amministrative di Roma, il candidato al Campidoglio Rutelli che ha dichiarato il no all’istituzione del Registro delle Unioni civili nella capitale, la Binetti e il generale Del Vecchio, l’antico celodurismo della Lega e la tradizione conservatrice della Destra sembrano lasciare il passo a questo nuovo che avanza. E il riformismo tanto declamato dal nuovo partito fa pietosa fine, virando più verso la Destra americana, come detto da Titti Di Salvo, (la Sinistra l’Arcobaleno) che verso quello europeo.

 

Risulta evidente che non è, non può e non vuol essere il Pd un promotore di diritti civili e di garanzie per le minoranze e che quella nuova stagione di cui vuol farsi portavoce è ben lontana da un certo “I have a dream” di Martin Luther King (di cui ricorreva l’altro ieri il 40° anniversario dalla scomparsa) e dalla sue battaglie per le minoranze ma anche dal Zapatero dei giorni nostri.

 

 

 

Laicità e diritti civili sono sempre stati punti in favore dei movimenti europei che si rifanno ad una cultura socialista e al minimo riformista ma non sono considerati dal Pd come temi degni d’attenzione. Leggi il seguito di questo post »





L’editore ‘serve’ al kapo Berlusconi

13 03 2008

 

Prosegue l’onda lunga della querelle sulla candidatura di Giuseppe Ciarrapico per il Popolo della Libertà, il nuovo plastificato di Berlusconi con i gregari oramai pienamente aggregati (Fini, la Mussolini et al.)  

Bisognerebbe riflettere su quanto viene data la convenienza a listino, a quanto si vende, pur di intascare qualche voto. Quanto può dare al borsino del proprio partito la sua presenza in lista.

Suvvia, non val la pena meravigliarsi troppo delle affermazioni di simpatia verso il fascismo né nell’accennare alla secolare amicizia con Andreotti. In Parlamento, ve ne saranno probabilmente altri * che condividono parole, idee, amicizie, magari non dichiarate come quelle dell’imprenditore ciociaro. Ciò che invece dovrebbe far più rumore, ma il fatto che non vi sia è indice di assuefazione, è il suo curriculum giudiziario. Certo, l’avere o aver avuto numerosi problemi con la giustizia sappiamo bene come costituisca titolo di merito nel Paese, un buono valido per acquisire un posto in lista e l’automatica nomina a onorevole, ma piacerebbe credere che vi siano ancora dei nostalgici della Giustizia e della correttezza morale, capaci ancora d’indignarsi davanti a tali figure di..candidàti. Figure che danno al Pdl un cattivo odore nel suo presumibile sentore di collocazione europea, quello del Ppe (Partito popolare europeo) il cui presidente Juncker ha commentato negativamente sull’inserimento di tale personaggio nella grande famiglia popolare europea, rinfocolando la polemica. Le solite buone figure del centro-destra italiano in Europa.  

Ma non fa neppure meraviglia leggere la motivazione del grande kapo Berlusconi, che sul suo candidato ha dichiarato: “L’editore Ciarrapico ha giornali importanti a noi non ostili ed è assolutamente importante che questi giornali continuino ad esserlo, visto che tutti i grandi giornali stanno dall’altra parte”.

Una logica brutale ma che non fa una piega, gli editori e molti giornali servono (al)la politica. Anche se i giornali importanti a cui fa riferimento il kapo del Pdl sono: Ciociaria Oggi, Latina Oggi e Oggi Nuovo Molise. Sono tutti giornali dell’oggi, del doman non v’è certezza.

Dunque, l’ex Presidente dell’ Associazione Sportiva Roma avrà la maglia nera numero 11 nel collegio del Lazio al Senato, perché Berlusconi dice che “serve”, perché è un editore di giornali importanti; con questo provincialismo pensa di rialzare l’Italia?

Non è esente da logiche provincialistiche e meramente territoriali l’altro candidato utile “a loro”, Walter Veltroni, che ha dichiarato che nominerà, in caso di vittoria, un ministro del Nord-Est, perché è una zona importante del paese. Nella presentazione delle liste in Campania di qualche giorno fa, provocò amara ilarità la dicitura “Ds Salerno” nella casella di un nome non ancora deciso. Liste e ministri, candidàti su base editoriale o penale da un lato, ma anche familistico-anagrafica, nell’ultimo caso come le candidature di giovani donne nel Lazio e in Campania. La Campania è una delle regioni più popolate d’ Italia dunque è una regione importante; ce lo fa un Ministro campano, Veltroni? Sono questi evidentemente i criteri adottati dal Pdl e dal Pd per la creazione delle liste. 

Tornando a Ciarrapico, non è l’unico esemplare di candidato che abbia avuto problemi con la giustizia. L’andazzo di utilizzare il Parlamento perché non v’è più posto a San Vittore è duro a morire, malgrado la denuncia di Grillo abbia sortito qualche effetto purificatorio. Stiamo attenti quando andremo a votare. Se terremo a mente i loro nomi ma soprattutto saremo informati sul partito di appartenenza, sapremo già quale simboletto non votare, ed è già qualcosa di ragionevole votare per sporca eliminazione. Questo si sarebbe un voto utile, alla pulizia e alla polizia, che li potrebbe andare a prendere a casa. Antonio di Pietro c’informerà.
  

aggiornamento 18/03

* Sull’onda del caso Ciarrapico, Dario Franceschini aveva sfidato chiunque a trovare un nostalgico del fascismo in lista con il Pd di Walter Veltroni. E ha perso la scommessa. C’è infatti un fascista dichiarato, coordinatore nel Lazio di Alternativa sociale, partito di Alessandra Mussolini. Si chiama Paolo Arcivieri e corre per il Pd nel municipio VI di Roma. Il candidato trasformista ha trascorsi non certo gratificanti: sette mesi di galera nel 2006 per l’inchiesta sui supporters ultrà della squadra della Lazio che ricattavano il presidente della società calcistica. E questo rafforza il concetto che, nel voler essere tutto ma anche il contrario di tutto, candidando personaggi di ogni genere e provenienza anche contraddittoria, (o per provenienza geografica, specie settentrionale, come se le candidature fossero i giochi della gioventù, le competizioni sportive nazionali per le scuole) il Pd si voglia configurare nello scacchiere politico come partito “contenitore” generico, come Forza Italia che è sempre stato definito “partito pigliatutto”.





C’è sorpresa per le primarie del Pd. Ha vinto Veltroni ! (!!)

15 10 2007

Prodi primarie Pd (foto Ap per libero.it)

Ha vinto Veltroni (!) E’ la notizia del giorno, una notizia nata vecchia; se l’avessimo scritta mesi fa non saremmo stati abili preveggenti ma semplici informatori del già si sa come andrà.

Molti giornali si adoperano per farla passare come notizia di attualità e sul piano emotivo come sorpresa per la partecipazione popolare. Hanno potuto così riempire le pagine anche oggi e portare avanti in formazione compatta il proprio compitino di mini-informazione, nella solita salsa al collateralismo. Oltre 3 milioni di elettori si sono recati alle urne, in certi luoghi improvvisate, per eleggere il leader, il segretario del Pd. Nelle precedenti primarie dell’Ulivo, che videro la nomina a leader di Prodi, si parlò di più di 4 milioni. Questo è il dato comparativo; gli elettori delle primarie sono della stessa tipologia, allora come ieri, dall’Ulivo al Partito Democratico, ma sono un milione in meno. Si tratta pur sempre di elettori del centrosinistra, delusi, e se si vuol leggere correttamente il senso della partecipazione, il consenso del centrosinistra cala. E’ solo Walter Veltroni casomai che sale nel borsino dei politici.

Girando tra gli articoli dei quotidiani on line capita di leggere, oltre che quelli delle maggiori firme dei quotidiani più importanti, alcuni articoli su Affari Italiani, il quotidiano on line only che alberga sul portale libero.it. E’ tutto un dire per l’immagine del giornalismo on line che trasmette. Il direttore chiude il suo pezzo con un Forza Walter che, detto così, fa tornare alla mente il ’94, anno in cui tanti gridavano Forza Italia. Cambia il soggetto ma non molto lo slogan, come se si volesse costituire sul versante sinistro (sia chiaro, non a sinistra) del centro-destra un nuovo partito contenitore, com’è stato spesso definito dagli analisti politici il partito del Cavaliere. Stiamo a vedere l’effetto che fa. 

Tra gli amanti del lessico della vecchia politica, non pochi giornalisti ascrivono al Partito Democratico il termine riformismo, ma molti cittadini non hanno in chiaro cosa sia nella realtà. Riformare, riforme, formare di nuovo, formare il nuovo. Ma è il nuovo la somma di due partiti vecchi? (Ds+Margherita) Riformare appare un termine superato nonché svuotato di un significato comune e le riforme restano in pentola. A sinistra non avrebbero detto Forza Walter, magari un viva Walter sarebbe più adatto, ma Angelo Maria Perrino (il direttore di Affari Italiani) non credo simpatizzi per la sinistra ed ha fatto la sua scelta lessicale. In un altro articolo, non firmato come di pessima abitudine per certi articoli che appaiono su Affari Italiani, si presenta nel titolo un “vaffa” a GrilloQui si dice che la politica lascia l’ultima parola ai cittadini; basta mettere la croce, ecco la parola. La croce è la parola? Si dovrebbe supporre, infine e di converso, che non ci sia posto per l’ultima parola dei cittadini nel popolo del Vaffa.

Si dice e si commenta una bellissima sorpresa del 14 ottobre. Ha vinto Veltroni, sorpresa! Secondo un certo giornalismo di serie B l’elezione, scontata, di Veltroni a segretario del Pd, o addirittura la nascita stessa del Pd costituirebbe una risposta al Vaffa di Grillo. Non hanno capito niente; non hanno capito lo scenario civile e politico che attraversiamo. Dire che si è data una risposta all’antipolitica come ha affermato Veltroni è mostrare la vera antipolitica, quella che vuol tenere lontano il cittadino dalla gestione della cosa pubblica, lasciandogli la sola possibilità di delega, il segno di una croce. Quello di ieri è stato casomai il V-Day veltroniano, il Veltroni-Day. 3 milioni di italiani hanno puntato denaro (contributo minimo di 1 euro, ma ci sono stati gaudenti personaggi dello spettacolo con bigliettone da 100) su un cavallo già vincitore, deciso dagli apparati di due vecchi partiti. Ricorda il tempo in cui si nominava (nella sostanza, non nella forma, è più corretto di eleggeva) il capoclasse a scuola, colui che doveva anche contrattare con i professori per avere un assegno non troppo pesante di compiti da svolgere a casa. Anche lì si usavano i bigliettini, scrutinio segreto con vincitore prenotato.

Pensano forse che dare un nuovo nome ad un partito, contenitore di due vecchi partiti e declinato all’americana, sia la panacea dei mali del Paese? Dobbiamo allora aspettarci un nuovo “miracolo italiano”? Come quello che si è avuto dal ’94 ad oggi?!  

Ciò che colpisce, tra ieri ed oggi, e qui sta l’effetto di pulitura delle notizie, è che in diversi articoli di ieri si parlava di caos, di schede contraffatte, fotocopiate, perse, rispuntate dal nulla, seggi improvvisati. Chissà quante irregolarità. Alcune verranno fuori e si vedrà che le cifre dei votanti saranno state ampiamente gonfiate. Sono già emersi casi di giovani ed immigrati che hanno votato più volte. (Una testimonianza audiovideo) Oggi non se ne trova quasi più notizia. Tutto bene quel che finisce bene si potrà dire. Tutto come previsto.

Alcune dichiarazioni e chicche da annotare

    • Lo stile comunicativo della conferenza stampa (audiovideo) a caldo di Veltroni: il tono ricorda il lettore dell’omelia ecclesiastica.
    • Le sopracciglia aggrottate (audiovideo) di Veltroni alla rassicurazione di Prodi sul fatto che “il Governo non ha nulla da temere da questo passaggio”.
    • Veltroni ringrazia i 16enni e gli immigrati che sono andati a votare: in un mare di antipolitica a descrizione del nostro Paese, davvero i 16enni e gli immigrati sono i maggiormente informati sulla pro-politica?
    • Bindi (audiovideo): “se non fossi stata candidata, avrei votato Veltroni”. La Bindi è andata al seggio, è un’implicita ammissione di aver votato sé stessa?
    • Letta: (audiovideo) “se non ci fosse stata gara non ci sarebbe stato un risultato così positivo”. Se questa è stata una vera competizione, Letta non sembra avere grandi doti di competitor.
    • Eugenio Scalfari, (audiovideo) il fondatore di Repubblica, confonde il fatto che la gente non è ancora andata a votare un partito, non si è trattato di elezioni politiche ma, più correttamente, ha indicato con una croce il politico-leader preferito tra i 5 candidati (scheda voti) alla guida di quel partito. Non è la stessa cosa.





D’Alema contro la “Stampa”

16 06 2007


D’Alema qui, D’Alema lì, un po’ troppo qui e lì negli ultimi tempi. Sui giornali, sugli aerei, tra le barche e al telefono. D’Alema, “facci sognare”: è la sua frase colta in un’intercettazione telefonica che sta diventando il ritornello del chiacchiericcio politico-economico. D’Alema se la prende con i magistrati di Milano come faceva esattamente il Cavaliere quando era sotto inchiesta ed al quale lui rispondeva di smettere di criminalizzare i magistrati. Se la prende per la pubblicazione sui quotidiani delle telefonate con furbetti, banchieri e assicuratori organizzati. Dice che ci sono atti illeciti e che si aspetta provvedimenti giudiziari. Approveranno una legge per impedire la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche? Come se una volta scoperto un male, invece di curarlo, si eliminasse il medico: è la metafora di Di Pietro.
Forse, forse riescono ad essere d’accordo, così l’intreccio immorale tra politica ed economia continuerà, il capitalismo all’italiana. Lui ha liquidato la questione morale: “rileggendole, queste frasi, non trovo nulla di moralmente sconveniente”.

D’Alema è il Ministro degli Esteri e ci rappresenta in giro per il mondo; è l’espressione di un certo modo di essere italiano, col suo baffino strategico e la tenuta da marinaretto. In occasione di un recente summit del Consiglio dei Ministri lui era a Valencia a fare il tifo, (mai termine fu più adeguato) per Luna Rossa, che ha imbarcato 5 sconfitte e se n’è tornata a casa, a danno anche degli scaramantici che avevano notato la presenza del vicepremier. Non so come arrivò a Valencia, se circumnavigando il Mediterraneo con la sua barchetta (non ce l’ha solo Berlusconi!) o con un aereo di Stato. Oggi è a Belgrado, in visita ufficiale.

(da corriere.it) – Al suo seguito ci sono gli inviati accreditati di tv, agenzie di stampa e quotidiani italiani che lo seguono viaggiando con lui sull’aereo di Stato. Tutti tranne uno: quello de La Stampa. Lasciato a terra. Per decisione dello stesso vicepremier. Il quale, in questo modo, ha forse inteso prendersi una rivincita dopo la pubblicazione, da parte del giornale torinese, delle indiscrezioni sul suo presunto conto corrente segreto in Brasile e sulla pubblicazione delle notizie riguardanti le intercettazioni.
Il quotidiano racconta che un primo caso di esclusione da un viaggio organizzato dalla Farnesina si era registrato nei giorni scorsi, in occasione della trasferta del ministro ad Ankara. L’inviato de La Stampa era stato il solo a non essere imbarcato al seguito di D’Alema. «La Farnesina chiariva che l’esclusione non era personalmente rivolta al giornalista – si legge nel comunicato -, ma alla testata per la quale lavora».
Dopo il primo episodio la direzione del quotidiano aveva pensato di soprassedere, «preferendo far rientrare l’accaduto nel vasto capitolo dell’umoralità dei potenti». Ma quando il ministro ha concesso il bis, negando per la seconda volta il «passaggio» all’inviato de La Stampa, la questione non ha più potuto essere presa sottobanco.
A La Stampa precisano di non volere enfatizzare il caso più del necessario. «Ci limitiamo a sottolineare che un uomo delle istituzioni ha pienamente diritto di non far salire persone sui mezzi che gli appartengono, macchine, aerei o barche da diporto. Se però dispone dei beni pubblici come se fossero suoi, apre una questione che va al di là dello stile che il ruolo dovrebbe comportare».

D’Alema facci sognare: ma cosa, la Luna Rossa?  





Mieli, Annunziata..Il giornalismo schierato

14 03 2006


Sul fondo di Paolo Mieli sul Corriere della Sera non mi sono espresso nei giorni scorsi. Avrei voluto farlo ma troppe cose ci sarebbero state da dire, in concomitanza con altri impegni. Quel che è detto è passato per cui mi limito a qualche frase riassuntiva, del genere “come la vedo io”.

La vedo male. Perché schierarsi apertamente per un competitor piuttosto che per un altro (non m’interessa la scelta personale ma il fatto in sé) lede l’onore di una categoria di giornalismo che si dovrebbe presentare con uno status d’indipendenza e non con quello di partito. Un giornalista-editorialista del rango di cui tutti sappiamo, parlando anche attraverso le pagine del quotidiano di Via Solferino, quand’anche fosse morso dalla voglia irrefrenabile di esprimere la propria preferenza dovrebbe dispiegare la capacità di farlo con stile, con classe propria che s’insinua tra le righe e non come una sorta di tifo da bar sport. Non sono d’accordo con chi ne ha visto la schiettezza o chiarezza della propria posizione. Posso accettare questa visione se ad esprimerla fosse un uomo della strada. Dall’editorialista del quotidiano nazionale più importante no, non l’apprezzo. Un giornalista-editorialista di rango lo è perché capace di far passare tra le righe il suo pensiero, anche se non soprattutto quello politico-partitico; non è ipocrisia del nascondere il proprio parteggiare ma atteggiamento proprio della professione giornalistica. E’ innegabile che ogni giornalista abbia la propria preferenza politica e che questa spesso traspaia dalle sua parole e dai suoi scritti; l’imparzialità asettica è una pura illusione. E non possiamo paragonare il giornalismo di casa nostra a quello dei media americani ma nemmeno svilirlo indicando l’esempio strettamente anglosassone, per ripiegare sull’accettabilità o “normalità” dell’atto. Che poi si rischia di apostrofrarlo sul modello dello “yellow journalism”, o ancora del giornalismo spazzatura.

Faccia la dichiarazione di voto esprimendola nell’urna. Il Corsera nei giorni successivi all’ endorsement di Mieli ha avuto un ribasso delle vendite del 20%. La caduta di stile non è quantificabile. Non avevo l’abitudine quotidiana di acquistarlo ma se me ne venisse voglia ora, in questo periodo, mi guarderei dal farlo poiché la faziosità ha sopraffatto l’indipendenza.

E si è aggiunta anche l’Annunziata con il suo programma tv. La militanza si può esprimere attraverso un partito, non appiattendo il giornalismo sulla politica; il collateralismo sfacciato mostra la faccia del giornalismo ripiegato.