Cittadini europei. Lontani dall’Europa del Trattato

30 06 2008

 

Sono giorni in cui il Paese del pallone assorbe la delusione provocata dall’anziana Nazionale agli Europei, per opera di rigore dei vicini spagnoli poi vincitori del torneo conclusosi ieri. Alcuni giorni fa anche l’Eurostat, l’ufficio statistico europeo, ha contribuito al confronto affondando il coltello acquistato da Berlusconi alla televendita e diffondendo stime preoccupanti che evidenziano la posizione dell’Italia tra le ultime della “vecchia Europa” (vale a dire prendendo in considerazione i primi 15 Paesi Ue pre-allargamento) per il valore del prodotto interno lordo pro-capite, che per il 2007 ha visto aumentare il divario dalla Spagna arrivando a 6 punti percentuali, (107 a 101, fatta base 100 la media dell’Ue) lasciandoci alle spalle solo la Grecia e il Portogallo.

 

Segnali plurimi di arretramento in Europa. Ma le riflessioni che da alcune settimane più si concentrano sulla tematica europea, spesso trascurata nel dibattito pubblico e dei media, riguardano il suo piano istituzionale e politico. A seguito di una nuova frenata, stavolta pervenuta dall’Irlanda, al processo di ratifica del Trattato europeo di Lisbona e dell’impatto sul suo prosieguo. Il celebre motto “uniti nella diversità” sembrerebbe al momento declinabile in “divisi sulle difficoltà”.     

 

 

Focalizzare l’attenzione sulle reazioni al no irlandese del 12 giugno, giorno in cui il 53,4% dei votanti il referendum si è espresso contro la ratifica del Trattato di Lisbona, invita inevitabilmente a leggere non solo il tentativo, da parte dei principali leaders istituzionali europei, di minimizzare e considerare l’outcome negativo come un incidente di percorso, circoscritto all’1% della popolazione europea ma anche il rinfocolare di un sentimento, più diffuso di quanto gli alti gradi vogliano lasciar credere, o credere loro stessi, di contrarietà al compimento di un processo costituzionale europeo che vede nell’entrata in vigore della sua Carta fondamentale il momento della sua realizzazione. La seconda lettura ci indica l’esistenza di un respiro più ampio del polmone irlandese e che consiste in dubbi permanenti e sottesi verso il riconoscimento di un Trattato di regole non sufficientemente chiare, quantomeno non pienamente legittimate secondo il senso della partecipazione più democratica. Perplessità rimaste temporaneamente sospese negli ultimi due anni, dopo il doppio no referendario di Francia e Olanda del 2005 e il conseguente periodo di riflessione e che si sono potute riaffacciare alla prima, nuova misurazione del consenso diretto da parte di un popolo e non dunque attraverso la delega dei suoi rappresentanti.

 

L’esito del referendum irlandese non ha colto di sorpresa gli analisti; è però plausibile pensare che anche le istituzioni europee avessero coscienza di tale possibilità e che a questi timori fondati non sapessero far fronte se non con la scelta di un metodo di ratifica in sordina, per via parlamentare. Difficile seguire altre vie più partecipate e condivise, devono aver pensato, data la priorità all’imponenza dell’impianto giuridico-istituzionale europeo di ben 27 Paesi. Significativa la difficoltà e oggetto di polemica una dichiarazione, resa nei giorni precedenti la consultazione popolare, dal Commissario europeo al mercato interno Charlie McCreevy secondo il quale il testo sarebbe di difficile lettura per il cittadino comune, in ammissione di averlo letto personalmente solo per sommi capi.

 

Tenuto al confine di un ambito territoriale nazionale (qui una contraddizione dal sapore nazionalistico maggioritario nell’ambito altrimenti ideale comunitario espresso generalmente dall’Unione) il timore, pur coscienzioso, del rigetto di un referendum, di un Paese sui Ventisette, non aveva mosso le alte gerarchie istituzionali all’elaborazione di un piano B forse perché decise nel voler perseguire il piano stabilito ad ogni costo, fino anche al sacrificio, probabile e plausibile, del criterio dell’unanimità della ratifica. Pur comprensibile perché, dopo l’arrendevolezza manifestata nei compromessi al ribasso raggiunti in sede di stesura del documento, come le clausole opt-out rese a Gran Bretagna e Polonia sul valore giuridico altrimenti vincolante della Carta dei diritti fondamentali e i tanti protocolli aggiuntivi tesi a soddisfare i vari interessi nazionali, come ancora per la Polonia il sistema di voto con clausola compromissoria cosiddetta di Ioannina, i rappresentanti europei non ritenevano opportuna l’elaborazione di nuovi ed ulteriori piani alternativi, con il rischio di minare la riuscita e l’immagine dell’impianto complessivo del progetto.

Lecito pensare ora e in tempi meno sospetti, che la modalità di ratifica en passant per via parlamentare sia stata frutto di un ragionamento strategico teso a celare e respingere le sacche di contrarietà che albergano in non pochi Paesi.

 

Alla luce del no irlandese e del deludente vertice europeo del 19 e 20 giugno, in cui si è deciso di non decidere, le attuali prospettive del Trattato mostrano dunque elementi d’inquietudine. Leggi il seguito di questo post »





Le energie alternative create dal passo umano!

12 11 2006

Abbiamo ballato ieri sera, siamo stati in una discoteca, in un night, in una qualunque sala danzante che dir si voglia? E non sappiamo che la nostra baldanzosa energia sprigionata sulla pista può essere trasformata in energia elettrica! Eh si che leggendo questa notizia vien voglia di dimenarsi sulla pista in maniera eco-sostenibile, dando la nostra energia per ottenerne un ritorno “ecologico”! E ce ne sono altri esempi…leggete le altre particolari iniziative per produrre energia in maniera alternativa.

In uno dei Paesi tra i più “ecosensibili” del mondo come l’Olanda non possono mancare iniziative apparentemente bizzarre ma utili. È recente la notizia della prima discoteca ecologica.

Affacciato sulle vie centrali di Rotterdam, il primo night club eco-sostenibile si chiama Off Corso e si ‘autoricarica’ con il movimento delle persone che ballano in pista, grazie a un tecno-pavimento in grado di trasformare l’energia cinetica in energia elettrica. L’iniziativa è della sezione olandese del movimento ambientalista Critical Mass che con lo slogan “Frequentare un club trendy, in modo responsabile” ha presentato la novità che secondo le intenzioni ha lo scopo di “unire divertimento e lifestyle alle ultime idee in fatto di sostenibilità ecologica”. Tra i promotori, l’associazione Enviu, che si occupa di tematiche ambientali, e lo studio di architettura Döll-Atelier voor Bouwkunst che ha sviluppato la tecnologia.

Si tratta di una normale pista da ballo sospesa su particolari cristalli che, se compressi e fatti vibrare, producono un tipo di energia detta ‘piezoelettrica’ . Gli impulsi vengono poi incanalati verso un unico generatore, che copre il fabbisogno energetico di tutto il locale. Il quale propone tra l’altro, diversi altri elementi ‘d’avanguardia’ e un po’ new age, come pareti che mutano colore in base alla temperatura, ed un giardino pensile realizzato sul tetto.

La eco-discoteca olandese è uno dei tanti progetti europei finalizzati a trasformare il movimento delle persone in energia elettrica. Come quello dell’inglese Clair Price del gruppo Facility Architect, che in collaborazione con l’università di Hull sta cercando di realizzare una scala capace di raccogliere le vibrazioni del passaggio umano. L’obiettivo, secondo l’architetto, è “convertire almeno il 50% dei 6/8 watt. generati da ogni persona sulle scale”. Entro la fine del 2006 sono attesi i risultati di un altro progetto, curato dall’ingegnere Jim Gilbert, sempre della Facility: dotare il pavimento di alcune stazioni metrò londinesi di generatori a pressione idraulica, in grado di catturare i watt prodotti da ogni passo. Il passaggio dei 34 mila passeggeri che camminando ogni giorno presso la Victoria Station producono “un’energia che, catturata, potrebbe alimentare 6500 lampade a led”.