Le jour J delle Presidenziali francesi. Tra la poltrona e la rete

22 04 2007

Nous y sommes. Ci siamo. Tutta l’Europa guarda oggi al primo turno delle Presidenziali francesi. Mai l’attesa si era fatta così carica di aspettative per chi, guardando ai nostri vicini, s’interessa non solo alla politica di un singolo paese ma alle sorti dell’intero processo d’integrazione europea. Dopo il no scaturito dal referendum sul Trattato Costituzionale europeo, la campagna per l’elezione alla presidenza francese ha tenuto in stand-by la presidenza di turno tedesca dell’Ue, la precedente presidenza finlandese e tutto l’ambiente istituzionale di Bruxelles, in fervida attesa di un nuovo interlocutore. Ed ora, non si aspetta che una nuova presidenza sullo scranno del vecchio Chirac per riprendere il discorso interrotto.

Non ci si può esimere dal guardare a queste elezioni con un occhio da e per l’Unione europea. Quel soggetto costituzionale sempre in fieri ma mai considerato fino in fondo, non raramente lasciato al pensiero esclusivo degli eurocrati di Bruxelles. Perché la Francia, terreno fertile di temi come l’immigrazione ed il cosiddetto “protezionismo economico patriottico”, asse incisivo delle relazioni intra-Ue, deve ora esprimere agli occhi degli osservatori europei il ruolo che potrà svolgere e la direzione politica che vorrà prendere nel vecchio continente. Sulla base di queste considerazioni, si potrebbe supporre che l’Europa abbia avuto un ruolo cruciale nella campagna elettorale. Ma c’è stato ben poco. Forse proprio per lo sguardo più attento della comunità internazionale, i candidati si sono ben visti dall’esprimere posizioni forti e chiare sul tema allo scopo di non correre troppi rischi di consenso. Certo, si sono susseguite alcune dichiarazioni sui generis, su un’altra Europa possibile, su un’Europa più sociale (fattore determinante del fu “non”) ma non è questo il tema che si è imposto come fattore chiave nella campagna elettorale francese ed i pochi cenni non hanno cambiato gli equilibri politici ed i possibili schieramenti. Così, dopo le proposte di un mini trattato costituzionale (Sarkozy) e quelle di un possibile nuovo referendum su un trattato più o meno modificato ma non nella sostanza (Royal e Bayrou) si potrebbe ora supporre che i candidati si siano misurati più sul terreno della quotidianità nazionale, sugli affitti, sullo stato sociale, sui salari e gli impieghi per i giovani. Tutti “problemi”in aumento.

Ma, ancora una volta, l’immagine ha preso il sopravvento. Bandiere, suoni, colori legati a pochi, classici temi di campagna. E qui è entrato in gioco il web. Molti esperti concordano sul fatto che, in linea con la diffusione delle comunità virtuali e dei social networks, i principali candidati abbiano affilato le “armi” per diffondere la loro presenza new mediatica. Perfino Second Life è stato terreno di battaglia per i cacciatori di voto. Sarkozy ha saputo ben utilizzare il mezzo per scrollarsi di dosso un’immagine un po’ troppo severa verso i giovani, adottando uno stile che attraverso filmati video ha fatto dell’autoironia un modo per mitigare una certa durezza agli occhi dell’elettorato giovanile e perfino degli immigrati, che in lui vedevano un nemico ai tempi della rivolta delle banlieues parigine. Non ha goduto dello stesso benefico effetto Madame Royal. In più occasioni il web ha fatto da cassa di risonanza per alcune sue gaffes, (da ultima, a campagna elettorale conclusa, quella di un suo assistente che distribuiva volantini ai passanti durante le 24 ore di silenzio elettorale) alle quali si sono soprattutto aggiunte  didascalie irriverenti sulla sua figura giovane e femminile. E qualche web-intoppo tecnico non è stato molto gradito dai visitatori del suo sito elettorale. Mai un candidato, di destra o di sinistra, aveva subito un’esplorazione così attenta dei propri discorsi alla ricerca di falle logiche e concettuali. Il segno che un certo sessismo in politica tarda ad essere superato, anche nella società francese.

Ma quali sono stati allora gli argomenti che hanno tirato la volata? Non argomenti vicini alla gente, ma ideali e concetti di cui il cittadino medio poco s’interesserebbe. Se non fosse che in Francia potrebbero “funzionare”: l’ideale di nazione, la difesa dell’identità. L’aspetto che più sorprende, in sfavore della candidata Royal, è che i tradizionali temi sociali di cui la sinistra dovrebbe farsi tradizionale portabandiera siano stati messi da parte per una rincorsa verso la sicurezza, l’identità della nazione e l’immigrazione. Temi su cui Sarkozy ha costruito la sua corsa presidenziale e sui quali, Le Pen a parte, anche la Royal è rimasta impigliata. Il tentativo di rinnovare il pensiero di sinistra con un innesto di idee di destra potrebbe rivelarsi una trappola e favorire gli altri 6 candidati di sinistra. Come accadde a Lionel Jospin nel 2002, quando però la sorpresa Le Pen fu ancor più decisiva per le sorti del 1° turno. Basti pensare al clamore suscitato dalla Royal tra gli stessi sostenitori della sua parte politica, per aver auspicato un’educazione militare in campi di addestramento per i giovani autori di reati e, sul piano simbolico, alla proposta di dispiegare il tricolore su ogni balcone, facendo suonare la Marsigliese agli incontri pubblici con gli elettori. La fiertè nazionale funziona sempre si dice, ma se voleva misurarsi a destra qualche rischio su una perdita di consenso a sinistra era prevedibile. Tanto che non pochi elettori socialisti si sono schierati per Bayrou e per il cosiddetto voto utile anti-Sarkozy. Infatti, dove sarebbe finito il socialismo francese? Sembra riprenderlo solo Sarkozy che, riuscendo a parlare all’elettorato popolare, ha ricordato in campagna elettorale alcuni grandi nomi, da Jean Jaurès a Léon Blum. Una decomposizione dei due tradizionali schieramenti c’è. Fino agli anni ’70 i quadri e le professioni intellettuali votavano a destra. Dagli anni ’80 i francesi che hanno superato il bac (la maturità) votano piuttosto a sinistra. E l’elettorato popolare è andato nella direzione opposta. La sinistra francese di oggi ed il suo candidato forte Royal sembra aver loro voltato le spalle, non difende più i lavoratori e lo strato popolare sembra stia ascoltando le parole di Sarkozy, figlio d’immigrati, linguaggio fermo e diretto, liberale ma non troppo, viscerale ma colloquiale, al punto tale da poter accaparrarsi i lepenisti e conquistare coloro che non vedono più iin lui il bullo descritto dagli avversari.

Su questo s’inserisce il terzo uomo, quello che cavalcando una tendenza non solo francese di superamento di una tradizionale dicotomia destra-sinistra e di un bipolarismo che continua ad avere falle, quel François Bayrou possibile sorpresa. E’il più apprezzato sull’Europa, dalle istituzioni Ue, dalla classe media e potrebbe catturare il voto degli indecisi, degli anti-Sarkozy e dei socialisti delusi.  Stavolta potrebbe essere il centro a poter rappresentare il nuovo che avanza, e di qui le comparazioni con i nostri Partito Democratico, o con il posizionamento possibile di Casini. Secondo molti sondaggi, Bayrou potrebbe vincere un confronto diretto al 2° turno con Sarkozy. Con appelli al voto utile, oggi 44 milioni di elettori sono chiamati al voto, con un 30% stimato di indecisi fino a venerdì. Ciò che più è evidente è che quanto più i cittadini elettori hanno potuto seguire dibattiti televisivi e la campagna su web, tanto più sembrano essere indecisi. Più ne sappiamo, meno convinzione abbiamo. O forse vogliono presentarcela così.

Intanto, occhio alla blogosfera. I blog potrebbero essere i primi a dire chi sta vincendo. La notizia potrebbe essere lanciata postando online le proiezioni di quelle sezioni elettorali che chiuderanno per prime i seggi, alle 18.00, in anticipo di due ore sulla scadenza prevista per le grandi città, fissata per le 20.00. I sondaggisti utilizzano i dati delle sezioni che chiudono per prime, trasmettendo i dati ai giornalisti. La legge non ammette nessuna diffusione prima della chiusura di tutte le sezioni elettorali, cioè delle 20.00. E i blog? I blog francesi saranno anch’essi, come i siti, sorvegliati dalla commissione elettorale, che ha già chiesto ai bloggers la disattivazione dei loro link verso siti stranieri (!). La rete è vista come un pericolo tendente a scardinare le leggi. Ma è la chiusura differenziata delle sezioni elettorali che può mandare in crisi il sistema. Perché non stabilire una chiusura unificata? Colpa della frenesia informativa dei blog oppure di leggi non più al passo con i tempi? Che si debba scegliere tra informazione e democrazia?  





L’Unione europea non fa la forza

1 03 2006


L’Europa ha un mercato comune di ispirazione liberista che a tratti si manifesta ultra-liberista. Ma con ancora sentimenti protezionistici e nazionalistici. C’è chi s’illude sia diverso. E chi ha più potere più può esercitarne, chi ha maggiore potenza economica ha maggiori possibilità di espandersi.

Questa è la premessa.

Non siamo ancora in un’Europa che coopera pienamente per un bene collettivo, non siamo in un’Europa “sociale”, in nome della quale proprio i francesi avevano rigettato attraverso il referendum il Trattato Costituzionale. Non esprimiamo tanto stupore sul caso francese e sulla sua forma di protezionismo del proprio settore energetico o di quello agricolo e via dicendo. Quel sogno, un’Unione europea sociale e solidale, continua a ricevere battute d’arresto in vario modo.

Anche in un’Europa unita ogni paese preserva la forza accumulata precedentemente e la propria identità nazionale. Il primo ministro francese De Villepin ha parlato di “patriottismo economico”. Cosa ci si potrebbe aspettare diversamente. Nelle solite riunioni di bilancio e programmazione economica dell’Ue (Ecofin etc.) di Bruxelles, la Francia difende strenuamente i finanziamenti al settore dell’agricoltura, lì dove la Gran Bretagna difende un vecchio sussidio generico che non avrebbe più motivo di esistere. L’Italia non si sa bene cosa cerchi di difendere, preservare; abbiamo da salvare qualcosa in cui siamo forti? Che so, il tessile, dove l’ascesa cinese incombe. 

Abbiamo un precedente, Fazio. Non ha cercato di difendere l’”italianità” delle banche che tanto scalpore ha suscitato qualche mese fa? I francesi hanno “preferito” fondersi tra di loro. Protezionismo anti-liberale, anti-mercato ma in libero mercato, legale; tradisce lo spirito, l’etica europeistica. E si legge in questi giorni che anche l’Italia ha attuato atteggiamenti di difesa del proprio orto in passato. Ora ci meravigliamo e ci sentiamo giustamente contrariati per l’atteggiamento nazionalistico francese, ma non è una novità e i “cugini” li conosciamo. Europeisti all’estero, la “grandeur” non si tocca, fuori lo straniero vicino, potere e forza alla Francia sembra essere il loro motto. La Comunità Economica Europea è concepita da singoli stati “ex nemici” (vari stati dell’Europa occidentale) come il luogo della competizione, in cui ampliare la propria potenza, in Europa. Lo sguardo di conquista volge all’interno, non adotta una prospettiva mondiale. E poi siamo in Europa per quel che ci conviene ma quando interessi nazionali sono in gioco siamo italiani, (un po’ morbidi però) e loro sono francesi, (senza se e senza ma) che hanno questo senso sviluppato anche in maniera patologica, diciamolo. Lo posso affermare con consapevolezza, per aver vissuto un certo tempo in quel Paese.

Le polemiche politiche nazionali sono inutili, da destra come da sinistra. Prodi ha prima detto che il governo non ha una strategia, (quale potrebbe essere?) poi si è ricordato di poter perdere l’appeal (e i voti) di chi potrebbe farlo diventare Presidente del Consiglio ed ha corretto il tiro, addirittura proponendo ritorsioni contro scalate francesi (vedi Bnl che viene acquisita dalla francese Bnp Paribas, sulla quale nessuno ha obiettato, soprattutto per non sfigurare nel dopo Fazio e mostrarsi europeisti e liberisti)…Prodi ha avuto uno scatto di spavalderia patriottica. Fassino ha detto che ci vuole “più Europa”, una frase che va bene per i manifesti elettorali generici tipo referendum, dove si dice poco e si aggiunge il “si”; grazie ma ci aspettiamo qualcosa di più che proposte generiche e frasi buttate lì.

Non ci facciamo troppe illusioni, il sogno dell’integrazione europea continua.