Sulla ripetitività in politica del “fare”

20 06 2013


Nella “copertina” di Ballarò, Maurizio Crozza ha commentato, con il suo consueto umorismo, il cosiddetto “decreto del fare“:

(audiovideo da youtube.com: Ballarò – Maurizio Crozza del 18/06/13 – rai)


E di tal “Decreto (del) Fare” dell’esecutivo a guida Letta, si legge più seri un primo succinto giudizio, dotato di efficacia riassuntiva, su lavoce.info: “sembra un classico ‘milleproroghe’. Zero priorità, una modica quantità di demagogia, molti interventi minimali, anche buoni ma di corto respiro…Vero che si cambia il paese anche coi piccoli interventi. Ma qui ci vuole il microscopio…” (“il testo integrale è disponibile sul sito www.lavoce.info“).

Ma poi, questa semantica, questo concetto generico del “fare”, farà bene? Farà male? Un fare purché si faccia qualcosa? (intanto la terza, avranno pensato gli ideatori). O ancora, in parte fare e in parte non fare. Forse richiama anche il più recente “Fare per fermare il declino” del sembrò ‘plurititolato’ giornalista Giannino? E il “governo del fare” del 2008? Abbiamo visto quale fine Berlusconi gli abbia fatto fare. E Bersani, ora con il suo “Fare il PD” (ancora?!). E quanti altri, riciclati usi.

La strategia comunicativa di scelta e utilizzo del termine “fare”, in politica, appare abusata e un po’ demagogica. Un verbo impiegato ripetutamente e ciclicamente da cosiddetti leader, a titolo individuale o a capo di governi o partiti, allo scopo di essere percepiti come guidati da un atteggiamento pragmatico le cui azioni sarebbero orientate alla messa in atto risolutiva di propositi, che il più delle volte si rivelano essere generici o scarsamente realizzabili o di poco conto; finora, questi portatori di fare e il termine stesso hanno in concreto incontrato inesorabili insuccessi, in associazione a sconfitte e illusioni politiche ed elettorali nazionali. Vedremo quello di adesso quanto di apprezzabile, innovativo e consistente saprà portare al di là di tale solita, poco credibile ed entusiasmante, ripetitività terminologica.

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I media che “costruiscono” il vincitore

18 03 2006


Ho lasciato intendere nei post precedenti che a mio parere dal confronto tv tra Berlusconi e Prodi non sia uscito un vero vincitore. Ho trovato una certa comunanza di giudizio tra gli spettatori sul chi fosse il perdente: i cittadini elettori, spettatori di una serata televisiva poco utile a farsi un’idea, o a sostanziarla, qualora si avesse già un orientamento tra i due candidati premier.

Subito dopo il duello tv, ho ascoltato pareri piuttosto equilibrati tra chi sosteneva che fosse andato meglio l’uno o l’altro e non mi sarebbe dispiaciuta una telefonata a casa di un qualche istituto di sondaggio, (ma erano le 22:30) per un commento a caldo. Dopo pochi minuti dalla fine del match sono cominciati i programmi di commento, da Porta a Porta ad uno speciale di Studio Aperto su Italia 1 e l’impressione che ne scaturiva, ascoltando i commenti dei giornalisti di alcuni quotidiani anche importanti ma non i maggiori, era che fosse stato più efficace Berlusconi, di poco. Ma ho notato in breve tempo che, a parte alcune eccezioni, quali il direttore dell’Unità ed il miglior intervento di quello che sto giudicando il più lucido e corretto giornalista “politico” del momento, Claudio Martelli del programma “L’incudine”, le altre voci erano tutte faziosamente filoberlusconiane. (Specialmente Studio Aperto stava diventando un feudo del Cavaliere con le uniche presenze in studio del direttore de “Il Giornale” e quello de “La Padania”)

L’indomani sono scesi in pista, nelle edicole, i più forti quotidiani nazionali decretando una vittoria ai punti (è testualmente il titolo di “Repubblica”) di Prodi. Poi per 2 giorni la stampa ci ha ricamato su, attivando un circolo virtuoso che desse un risultato più netto a favore del Professore ed ecco che ieri, vedendo “Ballarò” ci sono stati resi noti i dati del sondaggio sul vincitore mostrati da Nando Pagnoncelli, direttore dell’ Ipsos-Abacus, in cui si è arrivati alla conclusione, affermata da alcuni politici ospiti, di una netta vittoria di Prodi. Pagnoncelli ha precisato che il sondaggio era stato posto due giorni dopo la sfida tv per far sedimentare le opinioni degli intervistati. Sarebbe stato più opportuno ed interessante, invece, fare anche un sondaggio telefonico subito dopo la visione del duello tv e confrontare le opinioni del momento con quelle scaturite dal sondaggio “sedimentato”, presentandole al pubblico televisivo di Ballarò in versione comparativa. Invece la scelta effettuata fa capire come il vincitore sia stato “messo in circolo”, costruito dalla stampa ed abbia determinato l’onda successiva. Questa è una piccola osservazione costruttiva sull’istituto del sondaggio da chi ne ha appreso qualche competenza anche con il sopracitato Prof. Nando Pagnoncelli