Uccisione di un giovane tifoso. A freddo

13 11 2007

striscione tifosi  

A freddo, se davvero riusciamo ad allontanare i nostri pensieri più tristi e intensi e la forte ondata emotiva dettata dalla scomparsa del giovane Gabriele Sandri, dj e tifoso della Lazio. Riflessioni sulla vicenda, su accadimenti reali e stati d’animo di tifosi, in rapporto alle forze dell’ordine e da semplici cittadini informati. Riflessioni lunghe in termini di spazio per un post, ma necessarie a porre ordine dopo la mole travolgente di commenti, opinioni, proposizioni. (Il suggerimento per quelli che hanno poco tempo è quello di leggere per paragrafi/neretto) 

Nella giornata di ieri le emozioni del momento e la cronaca dei fatti, peraltro non ancora chiara, hanno preso il sopravvento su giornali, televisioni, blog e abbiamo letto e ascoltato opinioni a largo raggio, alcune di queste fuorvianti. Associazioni improprie, mistificazioni e strumentalizzazioni. (Quelle di natura politica non mancano mai e a quelle di altro genere, di natura sportiva, potrebbe soccombere prossimamente anche il sottoscritto, ma solo per un senso di Giustizia, con la G maiuscola, quella che non c’è)

Abbiamo letto accostamenti ad altri episodi di violenza, come la morte dell’ispettore di Polizia Raciti a Catania e i fatti del G8 di Genova 2001. Una digressione. Quel G8 fu qualcosa di diverso. Lì i gruppi di violenti furono “evitati” dalla Polizia e lasciati negligentemente alle scorribande e alle devastazioni, per colpire invece i manifestanti pacifisti e mostrare di aver fatto il proprio lavoro. Colpire i più deboli e indifesi, scansare i veri pericoli. Questa fu la scelta delle forze di Polizia in quell’occasione. A Genova non c’erano tifosi di calcio, non almeno nelle vesti altrimenti riconoscibili e ciò che si può mettere in comune con l’episodio di Arezzo è che la Polizia, nei suoi rappresentanti sul campo, ha sbagliato ancora, ha sbagliato di nuovo.

Ancora non mi capacito di come il poliziotto Luigi Spaccarotella, se sarà confermato l’agente attualmente iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Arezzo con ipotesi di reato di omicidio colposo, possa aver deciso, alla vista di un’autovettura piuttosto lontana dalla propria (tra i 50 e i 70 metri, qualcuno dice di più) di sparare un colpo in aria, in alto, dando seguito a questa iniziativa inusuale con un secondo colpo sparato questo, secondo la testimonianza di un commerciante e come confermato dal capo della Polizia e dal Ministro Amato, ad altezza d’uomo, con le braccia tese ad impugnare la pistola, forse a prendere la mira. Andando a colpire, o per colpire (l’ipotesi di reato di omicidio colposo potrebbe aggravarsi trasformandosi in omicidio preterintenzionale o omicidio volontario) tragicamente un giovane seduto nella propria auto, ferendolo a morte. Mettiamo da parte un attimo le questioni dell’appartenenza del giovane al tifo, organizzato e non, interessa il fatto in sé: com’è possibile che questo accada? Non mi capacito. E’ un errore umano, volontario o no, un errore di comportamento, un errore di formazione. Com’è possibile che un poliziotto spari, due colpi, per sedare una pseudo-rissa che peraltro, secondo la ricostruzione degli eventi, era già terminata? E’ un’azione che, così come descritta, configura il dolo eventuale, (sparare sapendo che si potrebbe colpire qualcuno tra tanti) tanto da poter fare emergere l’ipotesi di omicidio volontario. “Sembra accertato” che l’agente “sparò con le braccia tese”, ha detto il Ministro dell’Interno Giuliano Amato nel corso dell’informativa alla Camera dei deputati sull’uccisione del tifoso. “Rimane da capire, ha proseguito il Ministro, ammesso che il primo sparo fosse stato in alto, mi chiedo come mai la pistola non fosse stata riposta nella fondina e perchè c’è stato un secondo sparo”. Non uno ma un secondo colpo, plausibilmente ingiustificato per quanto se ne sappia finora. Così, visto e sparato. A freddo. Senza sapere ne come né perché stesse succedendo quel che stava succedendo, o già successo.

Ancora il Ministro: “Se qualcuno spara quando non deve sparare, si deve accertare la sua responsabilità. E l’essere poliziotto non esime dalla responsabilità, anzi”. “Quel ragazzo che oggi non c’è più non sarebbe morto se quel poliziotto non avesse sparato. Questo è imperdonabile. Ma non sarebbe morto neppure se i tifosi di due squadre diverse incontrandosi in un autogrill non si cimentassero in risse e invece bevessero un caffé insieme. Nel basket, negli altri sport non succede. Invece nel calcio succedono questi fatti tremendi”.

Malgrado l’incertezza dell’operato generale del Ministro Amato nella vicenda, (per questo Governo non è una meraviglia) su qualcosa si può concordare. Non si venga a dire che il calcio non c’entra niente, come si affannano a ripetere contrariamente certi commentatori soggiogati dal tran-tran ripetuto di dichiarazioni televisive a effetto domino. E tutti lì a seguirli, in specie nella blogosfera che ho seguito abbastanza negli ultimi due giorni. Ho constatato che certi blogger scrivono come ripetitori, non capaci di elaborazione propria (sulla piattaforma blog di Libero abbondano) ma il discorso può valere anche per certi giornalisti, impegnati nel riempire colonne di dichiarazioni-fotocopia. Tanti a ripetere che “quelli non sono tifosi”. D’accordo, ci sono gruppi di violenti, teppisti, che “usano” il calcio. Ma non si può dire che il malessere sociale che permea la società italiana riassuma ogni spiegazione, la integri nel proprio alveo. Malesseri sociali e passione sportiva convivono in ogni parte del mondo, senza che periodicamente si arrivi a morti e fiamme. Gli atti vandalici della serata di domenica sono simbolo di rabbia e reazione ad un fatto incredibile, all’uccisione di un tifoso da parte di una pistola appartenente alle forze dell’ordine.

Molti commentatori usano l’episodio come pretesto per parlare dei fatti del G8 di Genova, con accostamenti improponibili, rimescolati in un calderone di sciocchezze di cui certi blogger e commentatori di blog ne fanno la parte del leone. Che poi parlare di G8 in questa occasione difendendo l’operato della Polizia contro i black bloc, quello che non fu fatto, è proprio un darsi la zappa sui piedi. Ora ogni manifestazione di piazza, a seguito degli spiacevoli episodi della notte di domenica a Roma, dove ci sono stati assalti alla sede del Coni e ad uffici di Polizia, potrebbe essere dipinta come un evento di cui temere violenze? Si esagera e si generalizza, semplicisticamente ed erroneamente. Il disagio sociale portato in piazza non è intrinsecamente portatore di violenze contro le forze dell’ordine e non è neppure il caso di parlare di terrorismo per i casi di domenica sera; è un termine che ormai svuotato di un significato proprio. Ormai lo si usa per tutto, e per tutti.

Si è trattato l’altra sera di episodi circoscritti ad un evento, la morte di un giovane tifoso. E’ chiaro che vanno a far parte di un rapporto ma circoscrivere è meglio di generalizzare. Anche se avvenuta lontano dall’evento sportivo, si era da subito saputo che un tifoso che si stava recando ad assistere al match della propria squadra in trasferta era stato ucciso da un poliziotto. I media hanno fatto la loro parte, ma andavano riportati questi particolari (il fatto che fosse un tifoso perché sono il contesto di fondo della notizia) E lì è scattata la molla vendicativa, un tifoso ucciso da un esponente delle forze dell’ordine. Amato sbaglia, riferendosi alle azioni di domenica sera, quando dice che “la violenza con cui si è reagito, l’irrazionale emotività dimostra che l’occasione era cercata ed è stata trovata per reagire dopo la morte di Raciti”. Intanto perché non c’era una reazione dei tifosi per la morte di Raciti che suonerebbe come una distorsione; in quell’occasione perse la vita un esponente delle forze dell’ordine, non un tifoso. La reazione c’era stata già nel pomeriggio perché non si era deciso di fermare la giornata di campionato, in segno di rispetto verso il ragazzo. Non giustifico le violenze della notte romana ma cerchiamo almeno di comprendere le motivazioni che le hanno sostenute.

Il calcio c’entra eccome, il calcio italiano è malato da tempo, nella gestione, nello sviluppo, nel proprio mondo. Allora cosa si dovrebbe fare per arginare la malattia, per ristabilire le condizioni normali di uno sport? Tante soluzioni da più voci levatesi ma poi tutto torna come prima e la morte dell’ispettore Raciti, espressione quella di una violenza da stadio, non è servita ad apprendere, per migliorare la situazione. Ogni episodio passa, e tutto torna come prima. 

E’ il lutto che chiedeva comprensione. Ma non hanno fermato la giornata di campionato e lì sta un errore. E lascia spazio alla critica che esistano morti di serie A e morti di serie b. Con la morte dell’ispettore Raciti si fermò, saggiamente a mio parere, il calcio. Con la morte di un tifoso, di un ragazzo, non si dovevano far svolgere le partite poche ore dopo. Tutte le partite. Ne hanno fermate solo un paio, una quella della squadra del cuore di Gabriele e l’altra in serata. Un’altra (Atalanta-Milan) è stata sospesa dopo 7 minuti per intemperanze di certi “tifosi” (d’obbligo il corsivo, qui ad uso spregiativo) che, minacciando violenza, hanno “consigliato” di fermare la partita da poco cominciata. Non si dovevano aspettare eventuali rimbrotti da gruppi sugli spalti. Almeno per lutto, come ha sottolineato il Presidente della Camera Bertinotti, in onore di una giovane vita stroncata, tutto il calcio doveva essere fermato subito. Una giovane vita era finita, quantomeno per negligenza, imperizia di chi la dovrebbe salvaguardare. 

“Neppure il campionato si e’ fermato la morte non e’ uguale per tutti, vergogna”.  

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