La caduta su proclama D’Alema, o della strategia del mercato di riparazione

22 02 2007

(L’equilibrio precario di un governo del doppio binario)

voto al Senato (rainews24.it)

La forzatura dell’ “altrimenti tutti a casa” può essere vista come un azzardo del (ex?) ministro D’Alema in un gioco che sembra prediligere, quello del fare e disfare i “castelli di sabbia” (i governi, le maggioranze, le presidenze del consiglio)? E sulla capacità di sondare i numeri della propria coalizione, si può avere qualche sospetto di un gioco più o meno interno e comunque scellerato?

Una chiave di lettura assegnerebbe la “sorpresina” (ma quale?) appannaggio di D’Alema, una colpa o un merito secondo i punti di vista. Che potrebbe essere stata messa in atto dal baffino come strategia per aprire il mercato di riparazione ed eventualmente acquisire dissidenti, centristi, indipendentisti, al fine di garantire al governo qualche testa in più per il futuro, e forse un diverso bilanciamento delle forze di coalizione. E’ un’ipotesi, c’è chi la vedrebbe come merito, la strategia dello schiaffo “a fin di bene” ma, di converso, l’ingresso di soccorritori potrebbe alimentare la distanza nel governo con la sinistra critica.

Di ora in ora, tanti scenari si profilano: larghe intese, governo tecnico-istituzionale, dimissioni di tutti e sospensione del campionato, da riprendere secondo convenienza di maglia e numeri. Difficile che si arrivi a elezioni anticipate, almeno come prima soluzione. Le coalizioni sfilacciate e la cinica considerazione che il 20% circa dei parlamentari è alla prima legislatura e se non si superano i due anni e mezzo di mandato salta la pensione a vita dovrebbe essere un deterrente per tenere lontane le urne..

Ad ogni modo, scelta inevitabilmente la posizione da cui vogliamo osservare l’accadimento, il governo è andato al tappeto dopo 9 round (mesi) e cerca di risollevarsi cambiando, secondo Prodi, il meno possibile, per non dare il posto di timoniere al Cavaliere.

E Prodi, con pazienza e caricandosi di tutte le critiche possibili a scapito del consenso personale, stava provando eroicamente a tenere dritta la barra governativa.

Pur nel permanente stato di tensione numerica, pacco-bomba di Berlusconi quando era coscientemente prossimo alla prevista sconfitta elettorale e confezionato da Calderoli sotto forma di porcata dichiarata che continua a sporcare la flebile affermazione del centrosinistra, anche i recenti dati sull’economia promettevano bene e il grado di fiducia dell’UE aumentava, assegnando una stima di crescita del PIL come mai dal 2000.

Nella caccia al colpevole, alcuni indicano unicamente i due cosiddetti “irriducibili”, irresponsabili secondo i loro compagni di formazione politica. Però, quand’anche i due non avessero dato di stomaco e si fossero assestati sul mal di pancia del compromesso fra le due grandi anime di sinistra del governo, quella riformista e quella critica, la mozione non sarebbe passata. Il susseguente tiro al bersaglio contro la sinistra radicale al fine di sprigionare la delusione è risultato solo un gioco “consolatorio” e strumentale.

Il tentativo di D’Alema d’illustrare una via comune percorribile, a cui qualcuno ha attribuito meriti di chiarezza, si è accompagnato alla dichiarazione del “tutti a casa altrimenti”, una forzatura di cui il castello di sabbia non necessitava. Non ha convinto i due dissidenti e non è stata apprezzata dal senatore a vita Andreotti, che l’ha ridotta ad una sola questione di discontinuità. Non si può non fare a meno di aggiungere un piccolo ingrediente alla pozione preparatoria: la sorprendente dichiarazione del Presidente Napolitano, che asseriva che “per quanto legittimi e importanti siano anche i canali del conflitto sociale e delle manifestazioni di massa e di piazza, è fuorviante la tendenza a farne la forma suprema della partecipazione e, retoricamente, il sale della democrazia». Affermazione sconveniente che di certo non sarebbe risultata utile a convertire i riottosi. In parole schiette, se la poteva risparmiare. La memoria di tempi recenti mi suggerisce che ogni Capo di Stato si sia affannato ad edulcorare lo spirito della Presidenza della Repubblica esprimendo vicinanza al sentir comune popolare. Per la prima volta abbiamo dovuto ascoltare affermazioni contro la democrazia partecipativa, da un Capo di Stato di formazione comunista. E’ proprio vero che con il passare degli anni non solo non si ascolti molto l’altro ma si richiudano nel cassetto antico anche certi ideali. Ed è un po’ triste.

Pur nell’inevitabile critica verso i due recalcitranti parlamentari di sinistra, guidati da coerenza interna personale più che da uno spirito sacrificale di partito/coalizione, bisogna pur guardare al calcolo dei voti sulla mozione presentata da D’Alema. Astenuti (equivalenti al voto contrario) e senatore Di Gregorio a parte (eletto con l’Italia dei Valori e poi passato dall’altra parte, ora “indipendente” fino ad un’accezione spregiativa), è un’ innocente ingenuità quella che ha portato a ritenere che tra i senatori a vita i Pininfarina e Andreotti avrebbero sostenuto la sopravvivenza della maggioranza? Due stampelle tutt’ altro che affidabili, visto che Pininfarina era assente dai banchi da mesi e sembra “sia stato portato” in aula da qualche amico e Andreotti non dovrebbe e non doveva essere considerato di sicuro affidamento sulla politica del governo di centro-sinistra, nell’accenno dalemiano alla discontinuità. Ad avvalere il dubbio, l’ipotesi che il senatore Andreotti si sia fatto portatore delle rimostranze della Chiesa, (io la chiamo ingerenza tout court a questo punto) in sete di rivalsa sulla questione dei Dico.

Che ci siano stati due, solo due dissidenti, il senatore Rossi, il quale facendo estrema fede al suo cognome non ha voluto sbiadirsi nel rosa ed il senatore Turigliatto, (da tempo nell’ala trotzkista di Ferrando ex PRC, non dovrebbe troppo meravigliare, se non per i puristi della fede incrollabile dell’ordine di partito. In realtà non ci si dovrebbe meravigliare quasi di niente perché la diversità endemica prima o poi sconta il proprio essere. Un’emblematica raffigurazione si è avuta nell’estensione del campo politico di governo evidenziata dal programma Matrix, andato in onda nella stessa serata delle Ceneri. Contenta la Chiesa, c’è di che cospargersi il capo secondo tradizione liturgica di tale giorno.

Forse si sarebbe potuto evitare di fare lo scacco matto sull’esito di questo voto, che ha costretto il premier a dare le dimissioni non per obbligo costituzionale ma per etica politica susseguente a quella dichiarazione preventiva. A Prodi, in questa ipotesi affossato dal suo alfiere-Ministro, tocca l’ardua missione di ricomporre e di continuare ad arbitrare il gioco del tiro alla fune tra i “riformisti” viaggianti verso il partito democratico (Ds+Margherita=Partito Democratico) e gli altri, quelli della sinistra critica che in prospettiva macro partitica cominciano ad essere individuati come “Confederazione della Sinistra”.Siamo alle avvisaglie di ciò che potrebbe scaturire a seguito del congresso dei Ds di aprile, il fattore di rimescolamento macro partitico comincia a far vedere le sue schermaglie, diventando così un ulteriore elemento di possibile implosione della sinistra unita per il governo.

Ma non bisogna sottovalutare che questo colpo assestato alla sinistra critica da una regia centrista forse plurale, sostenuta dalla prospettiva di un partito democratico che sogna di poter governare in futuro liberandosi di ali che contano e molto, tenderebbe di riflesso a rinforzare un nuovo nemico. Quello che prova rancore verso la casa da cui si vedrebbe costretto, più o meno forzatamente, ad uscire. Ma forse il tempo non è ancora quello, o forse si.

 

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