Il finanziamento quotidiano

24 04 2006

Ricomincia una nuova serie di “Report” su Rai3, con un bellissimo servizio di Bernardo Iovene sui giornali che ricevono soldi pubblici. È giusto che l’informazione sia pagata dallo Stato?

E’ partita la nuova serie di “Report”, programma d’inchieste giornalistiche i cui reportages presentati da Milena Gabanelli rappresentano nel panorama dell’offerta televisiva una piacevole riscoperta di un modo trasparente di fare informazione per il cittadino.

Il tema centrale della prima puntata ha riguardato il finanziamento pubblico dei quotidiani e, come nelle intenzioni, si è andati alla scoperta di alcuni sorprendenti meccanismi che tanti di noi ignorano semplicemente perché all’oscuro. Lo Stato infatti finanzia l’editoria con circa 700 milioni di euro all’anno. Siamo così venuti a sapere che tutti i giornali-quotidiani di rilevanza piccola o media (non compresi quindi i quotidiani indipendenti e retti da capitali societari privati, come il “Corriere della Sera” e “La Repubblica”) che si dichiarano organi di un movimento politico ricevono un contributo statale. Molti direttori dei quotidiani presi in esempio sono stati intervistati e solo in qualche caso si sono dimostrati schietti nell’ammettere il meccanismo del beneficio ricevuto.

Un esempio di sincerità è stato quello di Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio”, piuttosto discutibile invece è stato l’atteggiamento di Vittorio Feltri, direttore del quotidiano “Libero”, che è sembrato voler apparire a tutti i costi “un puro” dell’informazione da non poter accomunare agli altri. Per ribattere al giornalista intervistatore, ha paragonato il proprio giornale alla Rai che fa servizio pubblico, ma “Libero” non ha la stessa funzione e non credo possa attribuirsi con supponenza identico ruolo (e se non ci fosse attenteremmo al sistema pluralista dell’informazione?). Veniamo inoltre a sapere che per poter ricevere il contributo pubblico, un giornale deve far capo come abbiamo detto ad un movimento politico, (non un vero partito) rappresentato sufficientemente da soli due deputati; ciò basta a dichiararlo organo di un movimento politico (non è un po’ bassa questa quota?).

Veniamo all’ammontare del contributo. Ad occhio, si può dire che la sua media sia pari a 2 milioni di euro all’anno. Esso varia in funzione dei costi di produzione (la stampa, la distribuzione, etc.) e della tiratura, decisa dalla direzione del giornale. Un giornale dunque può stabilire un alto numero di tirature (il n. di copie stampate, che fa aumentare i costi di produzione) per vedersi aumentare il contributo statale. Un parametro c’è: la distribuzione delle copie (le vendite) deve essere pari al 25% delle copie stampate per non perdere il contributo. Alcuni quotidiani non riescono a soddisfare quest’obbligo, per cui escono in edicola al prezzo simbolico di 10 centesimi. (l’importante, a conti fatti, è avere il contributo dallo Stato). C’è chi distribuisce copie gratuite (il servizio tv ha mostrato molte copie di “Libero” a disposizione dei passanti all’uscita delle stazioni del metrò) per favorire gli investimenti pubblicitari. (o forse per giustificare il n. di tirature? o delle vendite?) Il caso emblematico venuto fuori dall’inchiesta è quello del “Giornale d’Italia”, che con parte dei suoi ricavi ha poi finanziato la Lega Nord. Le interviste incrociate hanno messo a nudo il “fattaccio”, di cui i responsabili (tesorieri, direttori, amministratori del giornale e del partito) sembra non sapessero nulla (così hanno dichiarato all’intervistatore!) Anzi, ci sono state dichiarazioni di disaccordo dal punto di vista ideologico, e riguardanti il nome del giornale poco coerente con la politica della Lega Nord.

Per quanto riguarda invece i veri giornali di partito, quelli che esprimono e diffondono una chiara linea politica, anche attraverso le firme dei suoi rappresentanti ed onorevoli, il contributo statale è maggiore. I giornali di partito devono essere riconosciuti come organo di informazione politica da 10 deputati di un gruppo parlamentare. Per questa categoria non vige neppure l’obbligo del 25% di vendite, ai fini del calcolo del contributo valgono solo la tiratura ed i costi di produzione. I partiti che non hanno un proprio giornale, possono ricevere finanziamenti per televisioni e radio, come nel caso di “Radio Radicale” (anche “Radio Maria”, organo della Cei, Conferenza Episcopale Italiana, prende un cospicuo contributo). In Campania certe emittenti televisive a bacino d’utenza regionale arrivano a finanziare le campagne elettorali degli esponenti politici che le hanno sostenute.  Nell’ ’86 la legge originaria (che era dell’ ’81) è stata cambiata ed i giornali, di partito e non, si sono trasformati in cooperative (i giornalisti-collaboratori sono soci, non solo dipendenti).

Qualche numero, ma anche qualche caso di sperequazione. Il “Secolo d’Italia”, giornale ufficiale del partito Alleanza Nazionale, vende 2500 copie al giorno (pochine), impiega 25 giornalisti, ed al singolo redattore vanno circa 60.000 euro l’anno (non male per un piccolo giornale di partito). L’ ”Unità” impiega 85 redattori, che prendono ciascuno 2500 euro al mese. Molti direttori, da quello de “La Padania” a Maurizio Belpietro de “Il Giornale” a Giuliano Ferrara (che chiama il suo commercialista durante l’intervista per domandare quanto guadagna) hanno uno stipendio di 8-9000 euro al mese. Gabriele Polo, direttore de “Il Manifesto” guadagna circa 1300 euro al mese (!) e nella sua cooperativa tutti hanno lo stesso salario, dal direttore alle telefoniste, secondo uno schema di livellamento sovietico stupefacente (!!) ma non tanto nel caso specifico.

La gente intervistata per strada non credeva che i giornali ricevessero finanziamenti pubblici. La legge lo consente e tutti questi signori di ogni colore politico ne approfittano.     

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