Cittadini europei. Lontani dall’Europa del Trattato

30 06 2008

 

Sono giorni in cui il Paese del pallone assorbe la delusione provocata dall’anziana Nazionale agli Europei, per opera di rigore dei vicini spagnoli poi vincitori del torneo conclusosi ieri. Alcuni giorni fa anche l’Eurostat, l’ufficio statistico europeo, ha contribuito al confronto affondando il coltello acquistato da Berlusconi alla televendita e diffondendo stime preoccupanti che evidenziano la posizione dell’Italia tra le ultime della “vecchia Europa” (vale a dire prendendo in considerazione i primi 15 Paesi Ue pre-allargamento) per il valore del prodotto interno lordo pro-capite, che per il 2007 ha visto aumentare il divario dalla Spagna arrivando a 6 punti percentuali, (107 a 101, fatta base 100 la media dell’Ue) lasciandoci alle spalle solo la Grecia e il Portogallo.

 

Segnali plurimi di arretramento in Europa. Ma le riflessioni che da alcune settimane più si concentrano sulla tematica europea, spesso trascurata nel dibattito pubblico e dei media, riguardano il suo piano istituzionale e politico. A seguito di una nuova frenata, stavolta pervenuta dall’Irlanda, al processo di ratifica del Trattato europeo di Lisbona e dell’impatto sul suo prosieguo. Il celebre motto “uniti nella diversità” sembrerebbe al momento declinabile in “divisi sulle difficoltà”.     

 

 

Focalizzare l’attenzione sulle reazioni al no irlandese del 12 giugno, giorno in cui il 53,4% dei votanti il referendum si è espresso contro la ratifica del Trattato di Lisbona, invita inevitabilmente a leggere non solo il tentativo, da parte dei principali leaders istituzionali europei, di minimizzare e considerare l’outcome negativo come un incidente di percorso, circoscritto all’1% della popolazione europea ma anche il rinfocolare di un sentimento, più diffuso di quanto gli alti gradi vogliano lasciar credere, o credere loro stessi, di contrarietà al compimento di un processo costituzionale europeo che vede nell’entrata in vigore della sua Carta fondamentale il momento della sua realizzazione. La seconda lettura ci indica l’esistenza di un respiro più ampio del polmone irlandese e che consiste in dubbi permanenti e sottesi verso il riconoscimento di un Trattato di regole non sufficientemente chiare, quantomeno non pienamente legittimate secondo il senso della partecipazione più democratica. Perplessità rimaste temporaneamente sospese negli ultimi due anni, dopo il doppio no referendario di Francia e Olanda del 2005 e il conseguente periodo di riflessione e che si sono potute riaffacciare alla prima, nuova misurazione del consenso diretto da parte di un popolo e non dunque attraverso la delega dei suoi rappresentanti.

 

L’esito del referendum irlandese non ha colto di sorpresa gli analisti; è però plausibile pensare che anche le istituzioni europee avessero coscienza di tale possibilità e che a questi timori fondati non sapessero far fronte se non con la scelta di un metodo di ratifica in sordina, per via parlamentare. Difficile seguire altre vie più partecipate e condivise, devono aver pensato, data la priorità all’imponenza dell’impianto giuridico-istituzionale europeo di ben 27 Paesi. Significativa la difficoltà e oggetto di polemica una dichiarazione, resa nei giorni precedenti la consultazione popolare, dal Commissario europeo al mercato interno Charlie McCreevy secondo il quale il testo sarebbe di difficile lettura per il cittadino comune, in ammissione di averlo letto personalmente solo per sommi capi.

 

Tenuto al confine di un ambito territoriale nazionale (qui una contraddizione dal sapore nazionalistico maggioritario nell’ambito altrimenti ideale comunitario espresso generalmente dall’Unione) il timore, pur coscienzioso, del rigetto di un referendum, di un Paese sui Ventisette, non aveva mosso le alte gerarchie istituzionali all’elaborazione di un piano B forse perché decise nel voler perseguire il piano stabilito ad ogni costo, fino anche al sacrificio, probabile e plausibile, del criterio dell’unanimità della ratifica. Pur comprensibile perché, dopo l’arrendevolezza manifestata nei compromessi al ribasso raggiunti in sede di stesura del documento, come le clausole opt-out rese a Gran Bretagna e Polonia sul valore giuridico altrimenti vincolante della Carta dei diritti fondamentali e i tanti protocolli aggiuntivi tesi a soddisfare i vari interessi nazionali, come ancora per la Polonia il sistema di voto con clausola compromissoria cosiddetta di Ioannina, i rappresentanti europei non ritenevano opportuna l’elaborazione di nuovi ed ulteriori piani alternativi, con il rischio di minare la riuscita e l’immagine dell’impianto complessivo del progetto.

Lecito pensare ora e in tempi meno sospetti, che la modalità di ratifica en passant per via parlamentare sia stata frutto di un ragionamento strategico teso a celare e respingere le sacche di contrarietà che albergano in non pochi Paesi.

 

Alla luce del no irlandese e del deludente vertice europeo del 19 e 20 giugno, in cui si è deciso di non decidere, le attuali prospettive del Trattato mostrano dunque elementi d’inquietudine. Leggi il seguito di questo post »





9 maggio – E’ anche la Festa dell’Europa

9 05 2008

 

Oggi, 9 maggio, è il giorno in cui si ricorda l’uccisione di Aldo Moro, lo statista il cui cadavere fu trovato il 9 maggio 1978, esattamente 30 anni fa. Questa data ha assunto una valenza simbolica per commemorare le vittime del terrorismo ed oggi si celebra per la prima volta, al Quirinale, il «Giorno della memoria», istituito lo scorso anno “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”.

Sembra doveroso ricordarle.

 

Ma oggi, 9 maggio, è anche una giornata celebrativa “al positivo” e di cui gli organi di informazione parlano poco, la “Giornata dell’ Europa”, che quest’anno è incentrata sul dialogo interculturale, un concetto preso male alla lettera dal Ministro Bossi in una querelle con la Libia.   

 

Europe Day

On the 9th of May 1950, Robert Schuman presented his proposal on the creation of an organised Europe, indispensable to the maintenance of peaceful relations. This proposal, known as the “Schuman declaration“, is considered to be the beginning of the creation of what is now the European Union. Today, the 9th of May has become a European symbol (Europe Day) which, along with the flag, the anthem, the motto and the single currency (the euro), identifies the political entity of the European Union. Europe Day is the occasion for activities and festivities that bring Europe closer to its citizens and peoples of the Union closer to one another. (fonte: European-agenda.com)

 

Cade oggi la ricorrenza della dichiarazione Schuman, atto progenitore del processo d’integrazione comunitaria che ha dato vita all’Unione europea.

 

Un tema molto trascurato nel dibattito pubblico e politico più provincialistico, anche pre-elettorale, un’istituzione a volte denigrata, più o meno esplicitamente, nelle parole del di nuovo premier Silvio Berlusconi, che vede spesso l’Unione europea come un ostacolo alla sua concezione limitata della politica estera e internazionale. D’altronde lo stesso panorama dell’informazione dà prevalenza alle notizie sulla formazione dei nomi del governo e la lista dei ministri del Berlusconi IV o sul “governo ombra” del Pd, segno che la politica e l’informazione in Italia sono ben lontane dall’assumere un profilo più alto e di cultura moderna al di fuori dei propri confini.

 

Per cenni storici che hanno preceduto l’istituzione della Festa dell’Europa, rinvio al post dello scorso anno su questo spazio.

 

Qui voglio segnalare gli eventi nazionali messi a punto per la giornata europea e gli eventi locali organizzati per oggi e per i prossimi giorni dalle antenne d’informazione sul territorio “Europe Direct“.

 

Per spirito di condivisione europea, essendo una Festa celebrata in tutti gli Stati dell’Ue, reputo interessante indicare anche un sito in lingua francese sulla Journée de l’Europe, “Fête l’Europe”, in cui si riportano eventi continentali.

 

E, a livello locale, il convegno per la Festa dell’Europa che si terrà domani a Napoli: “Il Parlamento Europeo e la Democrazia nell’Unione”, presso Città della Scienza, promosso dalla Fondazione Mezzogiorno Europa e dalla Fondazione IDIS con il sostegno delle istituzioni regionale e europea.





Laicità e diritti civili. E il riformismo che il Pd “non può fare”

6 04 2008

I temi della laicità e dei diritti civili sono tra i meno trattati in questa campagna elettorale, quantomeno dai due partiti maggiori. L’uno, il Pdl, ha pensato di non farvi quasi mai cenno; l’altro, il Pd, ha fatto di peggio perché quando le suddette issues sono emerse in alcune interviste dei propri candidati, si è trattato di gaffes (ma in verità sono espressioni di pensiero reale) da cui il Pd ha tentato di rifuggire, declassandole a temi extra-elettorali.

L’irrompere, nei giorni scorsi, di una pesante dichiarazione contraria a priori a possibili riconoscimenti legislativi anche per le più semplici coppie di fatto e non solo per le coppie gay, resa in occasione di un’intervista a Ecotv.it dalla Binetti, capostipite dei teodem nell’area confessionale del Partito Democratico e portatrice della cultura del cilicio e della conseguente beatitudine nella mortificazione della carne umana, ha fatto il paio con la polemica suscitata da alcune frasi pronunciate il giorno precedente dal generale Del Vecchio, altro candidato del Pd, che si era espresso sulla non idoneità degli omosessuali nell’esercito e sull’opportunità di istituire bordelli per i militari in missione. Non soddisfacente la controreplica del generale Del Vecchio alle critiche mossegli da più parti: “Vorrei precisare – ha detto Del Vecchio – che interpretare come un pensiero compiuto qualche frase detta con un po’ di ingenuità sarebbe sbagliato”. Prendiamo atto che il candidato del Pd sia stato imprudente nel dire ciò che pensa, come un’ammissione d’incapacità nel tenere celati i propri reali pensieri. E la stessa qualità d’eloquio e d’idee abbiamo potuto ravvisarla nella candidata Paola Binetti. Dalle dichiarazioni di replica dell’emittente Ecotv.it si viene a sapere che la Binetti aveva chiesto di non mandare in onda l’intervista perché ‘forse aveva un po’ esagerato’.

 

Veltroni ha cercato timidamente di tamponare le inopportune dichiarazioni di questi giorni affermando pubblicamente: Le parole che il generale Del Vecchio ha pronunciato sono assolutamente sbagliate e lontane anni luce dal programma del Partito Democratico e dai suoi valori”.

Ma nel programma del Pd i timidi cenni sui diritti civili, a leggi contro le discriminazioni, risultano essere punti di facciata, strumentali al voto e poco credibili in considerazione di tali premesse ideologiche. E dei Cus, che dovrebbero ammorbidire ciò avrebbero dovuto essere i Dico, che a loro volta dovevano ammorbidire ciò che avrebbero dovuto essere i Pacs, non v’è traccia evidente e destino sembra dire che non sarebbero provvedimenti di Governo e/o si spegnerebbero negli iter delle commissioni parlamentari.

 

La semplice presenza dei due personaggi sopraccitati nelle variegate liste del Partito Democratico è sufficiente a far intendere quale sia stata la strategia del Pd nella scelta delle candidature. Però, presentare una pletora indistinta di personaggi, anche lontani dalle competenze di cui necessiterebbe la classe politica dirigente (ricordiamo che la giovane Madia dichiarò subito di essere candidata in quanto non avente alcuna esperienza politica) risulta essere rischioso e alla luce di cui sopra controproducente, perché poi anche loro “parlano”.

Sulla scia di quanto detto, abbiamo anche sentito qualche giorno fa Franceschini, vice-segretario del Pd, annunciare con orgoglio che il Pd porterà in Parlamento circa 120 cattolici. A parte il reiterato concetto di “portare” in Parlamento, secondo il quale il Pd ci ricorda che i cittadini-elettori non svolgeranno una vera funzione “elettiva”, ci si dovrà rallegrare della presenza di politici in Parlamento sulla base del credo religioso? E quanti saranno coloro che si potrebbero tacciare di omofobia? Tra un ex fascista alle amministrative di Roma, il candidato al Campidoglio Rutelli che ha dichiarato il no all’istituzione del Registro delle Unioni civili nella capitale, la Binetti e il generale Del Vecchio, l’antico celodurismo della Lega e la tradizione conservatrice della Destra sembrano lasciare il passo a questo nuovo che avanza. E il riformismo tanto declamato dal nuovo partito fa pietosa fine, virando più verso la Destra americana, come detto da Titti Di Salvo, (la Sinistra l’Arcobaleno) che verso quello europeo.

 

Risulta evidente che non è, non può e non vuol essere il Pd un promotore di diritti civili e di garanzie per le minoranze e che quella nuova stagione di cui vuol farsi portavoce è ben lontana da un certo “I have a dream” di Martin Luther King (di cui ricorreva l’altro ieri il 40° anniversario dalla scomparsa) e dalla sue battaglie per le minoranze ma anche dal Zapatero dei giorni nostri.

 

 

 

Laicità e diritti civili sono sempre stati punti in favore dei movimenti europei che si rifanno ad una cultura socialista e al minimo riformista ma non sono considerati dal Pd come temi degni d’attenzione. Leggi il seguito di questo post »





Le gouvernement français. La lista dei ministri nominati da Sarkozy

18 05 2007

gouvernement (lefigaro.fr) 

Oggi è stata presentata ufficialmente la lista dei ministri nominati da Sarkozy per il costituendo nuovo governo francese. Pochi ma buoni gli aspetti da annotare ad uso e consumo, si spera, della classe politica nostrana. Ciò che più salta agli occhi è il fatto che Sarko abbia scelto di avere una squadra agile e snella: solo 15 ministri, allorché i nostri dicasteri sono ben 25, (malgrado il nostro paese sia più piccolo sia in termini di estensione geografica, sia per popolazione) che comporta per noi sensibili costi suppletivi. Il tema degli eccessivi costi della politica in Italia sta però emergendo, grazie anche agli interessanti volumi scritti da giornalisti (G.A. Stella e Sergio Rizzo del Corsera) ma anche da alcuni politici, (i senatori di Sd Cesare Salvi e Massimo Villone) speriamo che il Parlamento se ne occupi e preoccupi. (Anche del record mondiale di auto blu) Rammentiamo qui che al Quirinale, non per colpa del Presidente Napolitano, vi lavorano più di 2000 dipendenti, molti di più di Buckingham Palace e degli altri paesi europei; giustamente Crozza a Ballarò ha lanciato un appello poche sere fa mortificando gli ospiti politici in studio. La moltiplicazione dei dicasteri da noi è servita per poi assegnare posti concatenati a tanti altri, sottosegretari e via dicendo. Prodi ha dato “lavoro” a così tanti fortunati da stabilire un record di cui c’è poco da vantarsi.

Le donne ministro in Italia sono pochine, malgrado le promesse elettorali di Prodi; una sola con portafoglio (la Turco) e due senza e non è questo il modo di risparmiare sui conti dello Stato. Non parlo di quote rosa ma qualche altra donna politica capace il nostro premier avrebbe potuto aggiungerla. Il nuovo presidente francese ne ha scelte ben 7 su 15; in pratica la metà ed una (Rachida Dati) è figlia di immigrati. E’ una lezione che non dovremmo apprendere solo noi ma anche la gauche francese; la scelta di affidare un ministero ad una figlia di immigrati maghrebini, dopo le polemiche sulla creazione di un Ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale (poi accorpato) che aveva suscitato le critiche, comprensibili, della sinistra. (Tralasciando le proposte scioccanti della Royal sul tema) Speriamo che questa decisione iniziale si riveli distensiva per il rapporto tra lo Stato francese e gli immigrati, dopo i problemi che si sono verificati nelle banlieues.

Ed ancora sui rapporti, stavolta più strettamente politici, inusuale e sorprendente la scelta di un centrista alla Difesa (Hervé Morin) e soprattutto un socialista (Bernard Kouchner) al Ministero degli Esteri, anche se c’è da dire che per il sistema francese è il capo di Stato che rappresenta la nazione ai summit internazionali. (Da noi il primo ministro, ossia il Presidente del Consiglio)Comunque, al di là dell’operazione simbolica, è sicuramente un gesto di apertura. D’altronde il neo-ministro socialista, fondatore di Medici senza frontiere, non era stato preso in considerazione dalla sinistra. Ci sono stati mugugni nel Parti Socialiste e l’espulsione del neo-ministro dal partito ma d’altronde la sinistra fa spesso la destra, ecco un parallelo con il nostro paese.

Infine, l’età media dei ministri. Dopo aver ricordato che il nuovo Presidente francese Sarkozy ha 52 anni e il primo ministro (François Fillon) ne ha 53, gli altri fanno una media di 52,5 contro 57,5 dei nostri. Ovviamente il salto maggiore è tra i due primi uomini di Stato ed i nostri, capo di Stato e di governo, uno scarto notevole e sintomo dell’invecchiamento dell’età di accesso iin Italia alla classe politica dirigente. La più giovane ministra francese ha 39 anni e da noi sarebbe considerata politicamente una lattante.

Le “quote giovani” da noi avrebbero senso.




La lista dei 15 ministri Leggi il seguito di questo post »





La passation de pouvoirs. Francia: Sarkozy s’insedia all’Eliseo

16 05 2007

Jacques Chirac quitte le palais de l'Elysée, accompagné par Nicolas Sarkozy (Reuters/Jacky Naegelen)

Il nuovo Presidente della République française, Nicolas Sarkozy, si è insediato ufficialmente all’Eliseo stamane, dopo il passaggio di consegne con Jacques Chirac.

L’ex inquilino del Palais gli ha rivelato i codici segreti per le armi nucleari (!)..Che la Francia conti sulle centrali nucleari per la produzione di energia è risaputo, ma che custodisse “armi nucleari”..(E poi si va ad ammonire l’Iran)

Ieri sera, dopo 12 anni di presidenza, Jacques Chirac aveva pronunciato in diretta tv il suo discorso di commiato alla nazione. (audiovideo)





Il “post” elezioni in Francia. Cronaca posticcia della vittoria di Sarkozy

8 05 2007


Oggi ho allentato la presa informativa sull’elezione presidenziale francese
, dopo aver “divorato” on line i quotidiani d’oltralpe, in minor parte quelli italiani, (un comprensibile divario quantitativo in merito alla copertura dell’evento) con un’occhiata al resto della stampa internazionale. Comincio a considerarmi in via di ripresa dallo stress emotivo-mediatico che mi aveva tenuto incollato allo schermo del pc dal primo pomeriggio della domenica elettorale. Ora, forse, dopo aver scritto tanto in francese riuscirò a dare spazio a commenti in lingua madre su ciò che è avvenuto nelle ore più calde di quella giornata elettorale, con piccole note in termini di riflessione ed analisi post-elettorale.

Il successo del web. La prima annotazione va a quel grande osservatorio permanente globale che è stato il web. La Toile (in francese, la rete internet) non è mai stata così protagonista sia nell’utilizzo che ne hanno fatto gli apparati di comunicazione dei principali candidati sia come terreno di confronto, di formazione e soprattutto di informazione per l’opinione pubblica. I blog francesi hanno avuto una visibilità preziosa ed i video tra il serio ed il faceto hanno impazzato fino all’ultimo. (Ultimo quello in cui la Royal con la maglia della Francia colpisce l’avversario con maglia italiana Sarkozy, che non ho riportato per rispetto da tifoso verso un eroe mondiale del successo azzurro, Marco Materazzi). Il live blogging e le dirette web di France 24 (che seguiva il tutto anche riportando post della blogosfera, con commenti ed un’apposita blogroom internazionale) hanno ritenuto la mia costante attenzione. Nel secondo turno anche Rainews24 per l’Italia si è distinta per l’informazione associata, traducendo in italiano ed in video ciò che perveniva dalla consociata francese.

In occasione del primo turno la ricerca spasmodica da parte degli interessati francesi e di tutta la rete dei blogger e dei media tradizionali francesi, diffidati per legge (parlo anche dei blog francesi, e questo porterebbe molte riflessioni sul potere d’influenza che possono avere, addirittura si era chiesto ai blogger di eliminare i link ai siti stranieri) dal diffondere informazioni prima della chiusura degli ultimi seggi, (nelle grandi città chiudevano 2 ore più tardi provocando così uno sfasamento ed una fibrillazione ulteriore) si era rivolta ai siti d’informazione esteri ed in special modo al quotidiano svizzero Le Temps e a quello belga Le soir. Provai anche io a collegarmi ai due siti ma, come tanti, senza ottenerne risultato; si erano intasati per troppi tentativi di contatto simultaneo, dalle h.18 alle h.19.

In occasione di questo secondo turno l’attacco informativo ai suddetti siti è stato di minor portata ma ad ogni modo alcuni media, fiutando la possibilità del business visto l’eccezionale traffico generato quindici giorni prima, offrivano le informazioni solo attraverso SMS a pagamento, (come la Tribune de Genève o La Libre Belgique, due quotidiani che già conoscevo, rispettabilissimi) mentre quelli letteralmente bloccati dal traffico degli internauti il 22 aprile erano corsi ai ripari potenziando i loro servizi. (Nota personale: i limiti giga di traffico delle connessioni internet in Belgio mi hanno sempre fatto innervosire)

Il faccia a faccia Tv. Non è mancato il confronto televisivo, il faccia a faccia tra M. Sarkozy e Mme Royal tra primo e secondo turno che, non per attribuirgli un accreditamento retrospettivo, aveva finito per giovare al candidato già dato in vantaggio da tutti i sondaggi. La sera stessa del dibattito avevo accordato il “successo” di Sarkozy nel duello tv e i sondaggi condotti dopo la diretta televisiva lo confermavano. I sondaggi in Italia dopo il confronto tra Prodi e Berlusconi alle ultime elezioni politiche furono fatti con molto ritardo, dopo che i giornali vi avevano lavorato su per sedimentare un’opinione più favorevole al Prodi vincitore “televisivo”. (P.s. vanno fatte le telefonate a casa cinque minuti dopo la diretta tv, altrimenti i media possono modellare l’opinione) Ancora, molti giornali italiani filo-Royal ed anche alcuni quotidiani francesi continuavano a considerare meglio o alla pari la candidata, forse per svolgere un ruolo di supporters strategici; era evidente, per un osservatore attento, che Sarkozy ne fosse uscito calmo e sicuro vincitore. E’ da notare, a torto o a ragione, che si era scelto di adottare un metodo con contraddittorio diretto, che prevedeva di rispondere per le rime ed immediatamente all’avversario politico (e di interromperlo).

L’elezione. Leggi il seguito di questo post »





Le jour J delle Presidenziali francesi. Tra la poltrona e la rete

22 04 2007

Nous y sommes. Ci siamo. Tutta l’Europa guarda oggi al primo turno delle Presidenziali francesi. Mai l’attesa si era fatta così carica di aspettative per chi, guardando ai nostri vicini, s’interessa non solo alla politica di un singolo paese ma alle sorti dell’intero processo d’integrazione europea. Dopo il no scaturito dal referendum sul Trattato Costituzionale europeo, la campagna per l’elezione alla presidenza francese ha tenuto in stand-by la presidenza di turno tedesca dell’Ue, la precedente presidenza finlandese e tutto l’ambiente istituzionale di Bruxelles, in fervida attesa di un nuovo interlocutore. Ed ora, non si aspetta che una nuova presidenza sullo scranno del vecchio Chirac per riprendere il discorso interrotto.

Non ci si può esimere dal guardare a queste elezioni con un occhio da e per l’Unione europea. Quel soggetto costituzionale sempre in fieri ma mai considerato fino in fondo, non raramente lasciato al pensiero esclusivo degli eurocrati di Bruxelles. Perché la Francia, terreno fertile di temi come l’immigrazione ed il cosiddetto “protezionismo economico patriottico”, asse incisivo delle relazioni intra-Ue, deve ora esprimere agli occhi degli osservatori europei il ruolo che potrà svolgere e la direzione politica che vorrà prendere nel vecchio continente. Sulla base di queste considerazioni, si potrebbe supporre che l’Europa abbia avuto un ruolo cruciale nella campagna elettorale. Ma c’è stato ben poco. Forse proprio per lo sguardo più attento della comunità internazionale, i candidati si sono ben visti dall’esprimere posizioni forti e chiare sul tema allo scopo di non correre troppi rischi di consenso. Certo, si sono susseguite alcune dichiarazioni sui generis, su un’altra Europa possibile, su un’Europa più sociale (fattore determinante del fu “non”) ma non è questo il tema che si è imposto come fattore chiave nella campagna elettorale francese ed i pochi cenni non hanno cambiato gli equilibri politici ed i possibili schieramenti. Così, dopo le proposte di un mini trattato costituzionale (Sarkozy) e quelle di un possibile nuovo referendum su un trattato più o meno modificato ma non nella sostanza (Royal e Bayrou) si potrebbe ora supporre che i candidati si siano misurati più sul terreno della quotidianità nazionale, sugli affitti, sullo stato sociale, sui salari e gli impieghi per i giovani. Tutti “problemi”in aumento.

Ma, ancora una volta, l’immagine ha preso il sopravvento. Bandiere, suoni, colori legati a pochi, classici temi di campagna. E qui è entrato in gioco il web. Molti esperti concordano sul fatto che, in linea con la diffusione delle comunità virtuali e dei social networks, i principali candidati abbiano affilato le “armi” per diffondere la loro presenza new mediatica. Perfino Second Life è stato terreno di battaglia per i cacciatori di voto. Sarkozy ha saputo ben utilizzare il mezzo per scrollarsi di dosso un’immagine un po’ troppo severa verso i giovani, adottando uno stile che attraverso filmati video ha fatto dell’autoironia un modo per mitigare una certa durezza agli occhi dell’elettorato giovanile e perfino degli immigrati, che in lui vedevano un nemico ai tempi della rivolta delle banlieues parigine. Non ha goduto dello stesso benefico effetto Madame Royal. In più occasioni il web ha fatto da cassa di risonanza per alcune sue gaffes, (da ultima, a campagna elettorale conclusa, quella di un suo assistente che distribuiva volantini ai passanti durante le 24 ore di silenzio elettorale) alle quali si sono soprattutto aggiunte  didascalie irriverenti sulla sua figura giovane e femminile. E qualche web-intoppo tecnico non è stato molto gradito dai visitatori del suo sito elettorale. Mai un candidato, di destra o di sinistra, aveva subito un’esplorazione così attenta dei propri discorsi alla ricerca di falle logiche e concettuali. Il segno che un certo sessismo in politica tarda ad essere superato, anche nella società francese.

Ma quali sono stati allora gli argomenti che hanno tirato la volata? Non argomenti vicini alla gente, ma ideali e concetti di cui il cittadino medio poco s’interesserebbe. Se non fosse che in Francia potrebbero “funzionare”: l’ideale di nazione, la difesa dell’identità. L’aspetto che più sorprende, in sfavore della candidata Royal, è che i tradizionali temi sociali di cui la sinistra dovrebbe farsi tradizionale portabandiera siano stati messi da parte per una rincorsa verso la sicurezza, l’identità della nazione e l’immigrazione. Temi su cui Sarkozy ha costruito la sua corsa presidenziale e sui quali, Le Pen a parte, anche la Royal è rimasta impigliata. Il tentativo di rinnovare il pensiero di sinistra con un innesto di idee di destra potrebbe rivelarsi una trappola e favorire gli altri 6 candidati di sinistra. Come accadde a Lionel Jospin nel 2002, quando però la sorpresa Le Pen fu ancor più decisiva per le sorti del 1° turno. Basti pensare al clamore suscitato dalla Royal tra gli stessi sostenitori della sua parte politica, per aver auspicato un’educazione militare in campi di addestramento per i giovani autori di reati e, sul piano simbolico, alla proposta di dispiegare il tricolore su ogni balcone, facendo suonare la Marsigliese agli incontri pubblici con gli elettori. La fiertè nazionale funziona sempre si dice, ma se voleva misurarsi a destra qualche rischio su una perdita di consenso a sinistra era prevedibile. Tanto che non pochi elettori socialisti si sono schierati per Bayrou e per il cosiddetto voto utile anti-Sarkozy. Infatti, dove sarebbe finito il socialismo francese? Sembra riprenderlo solo Sarkozy che, riuscendo a parlare all’elettorato popolare, ha ricordato in campagna elettorale alcuni grandi nomi, da Jean Jaurès a Léon Blum. Una decomposizione dei due tradizionali schieramenti c’è. Fino agli anni ’70 i quadri e le professioni intellettuali votavano a destra. Dagli anni ’80 i francesi che hanno superato il bac (la maturità) votano piuttosto a sinistra. E l’elettorato popolare è andato nella direzione opposta. La sinistra francese di oggi ed il suo candidato forte Royal sembra aver loro voltato le spalle, non difende più i lavoratori e lo strato popolare sembra stia ascoltando le parole di Sarkozy, figlio d’immigrati, linguaggio fermo e diretto, liberale ma non troppo, viscerale ma colloquiale, al punto tale da poter accaparrarsi i lepenisti e conquistare coloro che non vedono più iin lui il bullo descritto dagli avversari.

Su questo s’inserisce il terzo uomo, quello che cavalcando una tendenza non solo francese di superamento di una tradizionale dicotomia destra-sinistra e di un bipolarismo che continua ad avere falle, quel François Bayrou possibile sorpresa. E’il più apprezzato sull’Europa, dalle istituzioni Ue, dalla classe media e potrebbe catturare il voto degli indecisi, degli anti-Sarkozy e dei socialisti delusi.  Stavolta potrebbe essere il centro a poter rappresentare il nuovo che avanza, e di qui le comparazioni con i nostri Partito Democratico, o con il posizionamento possibile di Casini. Secondo molti sondaggi, Bayrou potrebbe vincere un confronto diretto al 2° turno con Sarkozy. Con appelli al voto utile, oggi 44 milioni di elettori sono chiamati al voto, con un 30% stimato di indecisi fino a venerdì. Ciò che più è evidente è che quanto più i cittadini elettori hanno potuto seguire dibattiti televisivi e la campagna su web, tanto più sembrano essere indecisi. Più ne sappiamo, meno convinzione abbiamo. O forse vogliono presentarcela così.

Intanto, occhio alla blogosfera. I blog potrebbero essere i primi a dire chi sta vincendo. La notizia potrebbe essere lanciata postando online le proiezioni di quelle sezioni elettorali che chiuderanno per prime i seggi, alle 18.00, in anticipo di due ore sulla scadenza prevista per le grandi città, fissata per le 20.00. I sondaggisti utilizzano i dati delle sezioni che chiudono per prime, trasmettendo i dati ai giornalisti. La legge non ammette nessuna diffusione prima della chiusura di tutte le sezioni elettorali, cioè delle 20.00. E i blog? I blog francesi saranno anch’essi, come i siti, sorvegliati dalla commissione elettorale, che ha già chiesto ai bloggers la disattivazione dei loro link verso siti stranieri (!). La rete è vista come un pericolo tendente a scardinare le leggi. Ma è la chiusura differenziata delle sezioni elettorali che può mandare in crisi il sistema. Perché non stabilire una chiusura unificata? Colpa della frenesia informativa dei blog oppure di leggi non più al passo con i tempi? Che si debba scegliere tra informazione e democrazia?  





L’Unione europea non fa la forza

1 03 2006


L’Europa ha un mercato comune di ispirazione liberista che a tratti si manifesta ultra-liberista. Ma con ancora sentimenti protezionistici e nazionalistici. C’è chi s’illude sia diverso. E chi ha più potere più può esercitarne, chi ha maggiore potenza economica ha maggiori possibilità di espandersi.

Questa è la premessa.

Non siamo ancora in un’Europa che coopera pienamente per un bene collettivo, non siamo in un’Europa “sociale”, in nome della quale proprio i francesi avevano rigettato attraverso il referendum il Trattato Costituzionale. Non esprimiamo tanto stupore sul caso francese e sulla sua forma di protezionismo del proprio settore energetico o di quello agricolo e via dicendo. Quel sogno, un’Unione europea sociale e solidale, continua a ricevere battute d’arresto in vario modo.

Anche in un’Europa unita ogni paese preserva la forza accumulata precedentemente e la propria identità nazionale. Il primo ministro francese De Villepin ha parlato di “patriottismo economico”. Cosa ci si potrebbe aspettare diversamente. Nelle solite riunioni di bilancio e programmazione economica dell’Ue (Ecofin etc.) di Bruxelles, la Francia difende strenuamente i finanziamenti al settore dell’agricoltura, lì dove la Gran Bretagna difende un vecchio sussidio generico che non avrebbe più motivo di esistere. L’Italia non si sa bene cosa cerchi di difendere, preservare; abbiamo da salvare qualcosa in cui siamo forti? Che so, il tessile, dove l’ascesa cinese incombe. 

Abbiamo un precedente, Fazio. Non ha cercato di difendere l’”italianità” delle banche che tanto scalpore ha suscitato qualche mese fa? I francesi hanno “preferito” fondersi tra di loro. Protezionismo anti-liberale, anti-mercato ma in libero mercato, legale; tradisce lo spirito, l’etica europeistica. E si legge in questi giorni che anche l’Italia ha attuato atteggiamenti di difesa del proprio orto in passato. Ora ci meravigliamo e ci sentiamo giustamente contrariati per l’atteggiamento nazionalistico francese, ma non è una novità e i “cugini” li conosciamo. Europeisti all’estero, la “grandeur” non si tocca, fuori lo straniero vicino, potere e forza alla Francia sembra essere il loro motto. La Comunità Economica Europea è concepita da singoli stati “ex nemici” (vari stati dell’Europa occidentale) come il luogo della competizione, in cui ampliare la propria potenza, in Europa. Lo sguardo di conquista volge all’interno, non adotta una prospettiva mondiale. E poi siamo in Europa per quel che ci conviene ma quando interessi nazionali sono in gioco siamo italiani, (un po’ morbidi però) e loro sono francesi, (senza se e senza ma) che hanno questo senso sviluppato anche in maniera patologica, diciamolo. Lo posso affermare con consapevolezza, per aver vissuto un certo tempo in quel Paese.

Le polemiche politiche nazionali sono inutili, da destra come da sinistra. Prodi ha prima detto che il governo non ha una strategia, (quale potrebbe essere?) poi si è ricordato di poter perdere l’appeal (e i voti) di chi potrebbe farlo diventare Presidente del Consiglio ed ha corretto il tiro, addirittura proponendo ritorsioni contro scalate francesi (vedi Bnl che viene acquisita dalla francese Bnp Paribas, sulla quale nessuno ha obiettato, soprattutto per non sfigurare nel dopo Fazio e mostrarsi europeisti e liberisti)…Prodi ha avuto uno scatto di spavalderia patriottica. Fassino ha detto che ci vuole “più Europa”, una frase che va bene per i manifesti elettorali generici tipo referendum, dove si dice poco e si aggiunge il “si”; grazie ma ci aspettiamo qualcosa di più che proposte generiche e frasi buttate lì.

Non ci facciamo troppe illusioni, il sogno dell’integrazione europea continua.